Martin Khor: dal sud del mondo per il futuro di tutto il pianeta - di Monica Di Sisto

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“Le opinioni da Lei presentate al simposio della Wto Omc, in particolare che l’Africa ha colpa della sua stessa emarginazione, che non dovrebbe richiedere un trattamento speciale e differenziale alla Wto (un principio chiave che, tra l’altro, è parte integrante del funzionamento dell’Organizzazione e di molti dei suoi accordi) e che dovrebbe concordare un nuovo ciclo di negoziati per placare le pressioni degli Stati Uniti e dei paesi sviluppati che stanno diventando sempre più aggressivamente protezionisti (e in violazione delle norme della Wto), sono state scioccanti non solo per le Ong presenti ma per la maggior parte dei partecipanti dei paesi in via di sviluppo, e persino per le delegazioni di diversi paesi sviluppati”.

E’ il 29 marzo del 1999. Il destinatario di questa missiva di fuoco è l’economista Paul Collier, direttore del gruppo di ricerca sullo sviluppo alla Banca Mondiale, che aveva sfoderato il migliore dei paternalismi in voga all’epoca, invitando le Ong e i delegati dei paesi del sud a compiacere le mire turboliberiste dei manovratori dell’agenda di liberalizzazione commerciale globale. L’estensore della lettera pubblica era Martin Khor: classe 1951, malese di nascita, brillante carriera giovanile nell’università e nel ministero della Finanza malesi. Da direttore, dagli anni ‘90, del Third World Network, e poi nel South Centre, fu tra i primi e più incisivi attivisti del sud ad assediare le istituzioni economiche e finanziarie globali, denunciando da una prospettiva post-coloniale i danni che la globalizzazione senza regole orientata da interessi e multinazionali avrebbe provocato a lavoratori e comunità dal nord al sud del pianeta.

Ho avuto il privilegio di imbattermi per la prima volta nella sua composta e competente fermezza a Ginevra nei primi del 2000: seduto in cerchio, in un training per attivisti di tutto il mondo, con una disarmante semplicità ci chiedeva di “studiare, innanzitutto, raccogliendo le informazioni disponibili tra istituzioni e mondo non governativo e, potendo contare su relazioni di solidarietà e lealtà con altri campaigner e compagni di tutto il mondo, imparare gli uni dagli altri come fare la cosa giusta, sempre, per i nostri paesi, insieme”.

Dalle campagne contro il Mai e il Nafta, da Porto Alegre a Seattle, alle contro-ministeriali dell’Omc, dalle pressioni sulla Banca Mondiale a quelle sulle Nazioni Unite, soprattutto Fao e Unctad, Martin Khor sapeva essere punto di riferimento per governi del sud e movimenti di base. Con una grande capacità pragmatica di aprire spazi di cambiamento nei processi politici in corso, ma allo stesso tempo una visione di lungo termine di grande respiro e discontinuità.

Come ricorda John Kavanagh, direttore dell’Institute for Policy Studies, Martin teorizzò che i progressisti radicali dovessero abitare contemporaneamente due paradigmi. “In ‘Alternative alla globalizzazione economica’ ha scritto: ‘Il primo paradigma prevede la scelta di lavorare nel sistema di globalizzazione in cui sentiamo di essere intrappolati. Se lavoriamo all’interno di quel sistema, iniziamo chiedendo: ‘Le regole del gioco sono giuste?’ In questo paradigma, combattiamo per cambiare le regole del gioco’. Ma, ha sostenuto Martin, dobbiamo lottare contemporaneamente per un secondo paradigma ‘perché tra venti o trenta anni l’intero sistema esploderà comunque. Quindi, nel secondo paradigma, lavoriamo per unità produttive autosufficienti in stile gandhiano, basate sulla comunità, attraverso un sistema commerciale centrato sulle comunità e le aree regionali, aprendo scambi occasionali con il resto del mondo”.

Abitando i due paradigmi e lavorando in questa direzione, Martin Khor ha insegnato a molti di noi come lavorare simultaneamente in tutte e due le prospettive, adoperandosi personalmente per cucire e cementare relazioni e pratiche comuni tra le diverse strategie di lotta.

Martin non c’è più: è stato strappato alla sua famiglia e al nostro affetto da una malattia che in pochi anni lo ha consumato, ma non gli ha impedito di scrivere e agire fino all’ultimo per il cambiamento che ha provato a costruire in tutti questi anni con quieta tenacia e saggezza. 

Nei giorni in cui la comunità internazionale combatte contro il Covid-19, ci manca anche di più: il sistema sta implodendo, come aveva previsto ormai da molti anni. Ma soprattutto per molti Paesi poveri l’accesso a cure e farmaci essenziali sarà garantito dalla vittoria che Martin Khor contribuì in misura determinante a strappare nel 2017 nell’Omc, impedendo che Trump blindasse le regole per i brevetti di questi composti, negandone di fatto l’accesso a milioni di ammalati. “Perché avere meravigliose medicine se la maggior parte delle persone sulla Terra non riesce a usarle? E non è immorale che le medicine che possono salvarti la vita non ti possano essere date perché il costo è così alto?” Domande disarmanti, diritti evidenti: non ci dovrebbe essere bisogno di eroi per imporli. Eppure senza Martin Khor sarà molto più difficile.

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