Appalti e covid-19: i soliti ignoti rischiano la vita nelle strutture socio-sanitarie - Massimo Cuomo

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Gli ambienti ospedalieri e socio-assistenziali e i lavoratori che vi operano sono i soggetti maggiormente coinvolti nel contrastare la pandemia, senza i quali non si può avviare la “fase 2”. Quando si pensa a una struttura ospedaliera, spesso ci si dimentica delle numerosissime lavoratrici e lavoratori dei vari appalti: operatori sanitari, addetti pulizie, ristorazione, logistica, sorveglianza, operatori delle associazioni del “pronto soccorso”, manutentori e così via.

Proprio il personale degli appalti, senza risparmiarsi, sta rispondendo con professionalità e determinazione alle enormi necessità del funzionamento delle strutture. Purtroppo però l’abnegazione degli addetti non sempre ha coinciso con la dovuta attenzione da parte delle amministrazioni, dei committenti e delle società appaltatrici, nel tutelare la loro salute e comprendere l’importanza fondamentale del loro ruolo sociale.

Abbiamo registrato molta irresponsabilità nell’adottare tardivamente le misure anticontagio e per la inadeguata dotazione dei Dpi, tanto da dover accertarne il profilo di legalità. In Filcams Cgil sono state moltissime le segnalazioni di lavoratrici e lavoratori sulla mancata consegna o mancato ricambio di mascherine, per i camici portati a casa per la sanificazione, per le confuse e tardive procedure previste per i reparti covid. Abbiamo assistito a trattamenti diversi per personale diretto o indiretto presente nella stessa struttura sulle informazioni e i Dpi necessari. Il risultato di queste mancanze sono le decine e decine di lavoratrici e lavoratori contagiati, alcuni in terapia intensiva e molti deceduti tra medici e infermieri.

La classe politica deve riconoscere i lavoratori degli appalti, l’attività che svolgono in questa interminabile emergenza, quanto incidono sul funzionamento di un sito ospedaliero in tempi di covid. Uomini e donne, mamme, papà, giovani o vicini alla pensione che si recano a lavoro quotidianamente anche con i mezzi pubblici a causa dei bassi stipendi. Si occupano dell’igiene personale degli anziani, puliscono i bagni, le sale operatorie, le sale di attesa dei degenti, le scrivanie dei dirigenti, mantengono l’ordine e tentano di calmare le tensioni, fanno piantonamenti in piedi per intere giornate anche se piove o fa freddo, trasportano medicinali salvavita e materiale infermieristico, danno da mangiare agli anziani, ne rilevano la temperatura, cambiano le lenzuola ai lettini, spostano i malati nei reparti, puliscono gli obitori, fanno funzionare gli impianti di areazione e altro ancora.

Lavorano per stipendi esigui, e, nonostante gli sforzi sindacali, i contratti nazionali di riferimento sono definibili di second’ordine per la tutela normativa ed economica. Alcuni ccnl non vengono rinnovati da svariati anni; ad esempio quello delle pulizie ristagna ormai da sei anni senza un aumento salariale per le politiche aggressive di risparmio da parte imprenditoriale, tra cui quella di non voler più pagare la malattia. E’ stato fondamentale il ruolo svolto dai nostri Rls, Rsu e Rsa, che hanno lottato per la salute dei colleghi e per mettere di fronte alle proprie responsabilità i datori di lavoro, attraverso i medici competenti, e gli Rspp per i dovuti aggiornamenti della valutazione del rischio.

Le responsabilità di questo scenario di morte e di dolore vanno cercati negli ultimi dieci anni in cui nella Regione Lombardia abbiamo assistito alla creazione di un modello di sanità di tipo “aziendale”, concretizzato nell’erosione del sistema pubblico, con tagli clamorosi di personale e di strutture, e nello spostamento di forti risorse nel settore privato. Il virus ha fatto emergere che l’ “eccellenza” della sanità lombarda (ora oggetto di indagini sulle responsabilità di migliaia di decessi) è prevalentemente un “cartellone di immagine”, nei fatti al collasso al punto tale che, al momento dell’emergenza, sono state per lo più le donazioni private a metterci qualche toppa.

A ulteriore evidenza, a fine febbraio, in piena emergenza, abbiamo assistito all’ennesimo taglio di ore alle addette alle pulizie in occasione del cambio appalto nelle Ats della Città Metropolitana e della provincia di Lodi. Un lampante esempio della tipologia delle gare Arca (oggi Aria) incaricate da Regione Lombardia, che prevedono ulteriori tagli in questi settori.

E’ necessario che il nostro cammino sindacale si svolga su più direttrici: contrasto alla politica aziendalistica di tipo neoliberista e maggiore sensibilizzazione degli organi di controllo per contrastare le infiltrazioni criminali spesso correlate al mondo degli appalti. L’azione sindacale non può che essere quella di “sito” o di “filiera”, di sinergia delle diverse categorie, per superare i compartimenti stagni nei siti produttivi che ospitano lavoratori di settori diversi. La “fase 2”, oltre che da un cambio di sistema, deve passare anche da un cambio culturale e di presa di coscienza della politica del ruolo fondamentale dei lavoratori degli appalti.

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