La Cgil al tempo del coronavirus - di Maurizio Brotini

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Le crisi aprono di per sé scenari più avanzati? La percezione dell’opinione pubblica sulla centralità dello Stato condurrà naturaliter verso politiche governative che allarghino il perimetro pubblico, sino a ricostruire una Agenzia per lo sviluppo comparabile all’Iri ed alle Partecipazioni statali? Il sistema delle imprese “comprenderà” la sfida del cambiamento che questa situazione impone? Il governo sceglierà la via alta dello sviluppo? Lavoro ed ambiente si avvieranno in un percorso virtuoso di economia circolare e di sviluppo sostenibile?

Sono domande che possono suonare ingenue, ma che fanno da sottofondo a troppa parte delle forze sociali e politiche progressiste. Esse celano una troppo ottimistica fiducia sul cambiamento che la crisi potrebbe indurre in soggetti come Confindustria, la tecnocrazia europea, il sistema delle forze politiche italiane, lo stesso governo.

Nella crisi, in verità, si ridislocano in maniera repentina i poteri, in modo conforme alla forza dei vari attori in campo. Reggiamo sul bisogno di garantire la salute nella fase acuta dell’epidemia, ed ancora su questo il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il ministro della Salute, Roberto Speranza, riescono ad imporre al governo una linea equilibrata e condivisibile. Ma la spinta è a riaprire subito tutto quello – non moltissimo – che si era fermato.

Questo accade perché senza garantire a tutti i soggetti che vivono del proprio salario e del proprio lavoro almeno tre mesi di reddito di quarantena, è evidente il bisogno di tornare al lavoro per garantirsi un reddito. Perché tutti coloro che vivono la segregazione (più che il distanziamento sociale) – necessaria per evitare l’esplosione della pandemia – in ambienti angusti e in situazioni difficili, non possono reggere a lungo. Il dislivello di potere tra chi può tranquillamente stare a casa con la sicurezza di un patrimonio e di una vita confortevole, e chi non ha la possibilità di resistere neppure quindici giorni senza lavorare, è troppo evidente.

Questo dato materiale si somma e si amplifica con un dato politico-ideologico: se la ricchezza e il lavoro dipendono dall’impresa privata, come troppi raccontano e molti condividono, lo stesso pensarsi come soggetto autonomo dall’impresa e dal capitale è difficile a darsi. E non a caso Confindustria sceglie in massa come presidente un falco di Assolombarda, che come primo atto attacca alzo zero politica e sindacato, rivendicando la centralità dell’impresa privata nel dettare l’agenda della ripartenza.

Forse come movimento dei lavoratori e delle lavoratrici avremmo potuto ottenere di più dal governo nella prima fase dell’epidemia: la legge sulla rappresentanza, l’articolo 18, i rappresentanti alla sicurezza territoriali estesi e resi eleggibili, un reddito di quarantena per tutti indipendentemente dalle fattispecie specifiche, un intervento contro le rendite ed a favore di un lavoro manifatturiero ed artigianale di qualità, un utilizzo selettivo nelle garanzie alle imprese che ridislocasse quel che resta del nostro apparato produttivo su assi di attività decise collettivamente e rispondenti ai nuovi bisogni collettivi. Rafforzare insomma il ruolo del sindacato come organizzazione, e il ruolo dei delegati nei posti di lavoro e nei territori. Perché senza aumentare la forza dei lavoratori e delle lavoratrici di fronte al padrone, non si dà sindacato autonomo e confederale.

Il tempo purtroppo non gioca a nostro favore: saranno gli stessi lavoratori, i precari, i disoccupati che premeranno per rientrare, facilmente utilizzabili dai datori di lavoro e dalle loro associazioni non solo per riaprire ma per far sì che tutto sia come prima. Già nei momenti di vacche grasse una bella fetta del mondo del lavoro vive in maniera assolutamente subordinata al destino d’impresa, nelle situazioni di crisi il dato non migliora affatto. Il quadro potrebbe cambiare, ma non è uno scenario auspicabile, se il contagio non solo non si arrestasse ma riesplodesse per responsabilità di chi con troppa leggerezza, e senza mettere in sicurezza lavoratori e lavoratrici, ha spinto per il rompete le righe. Come Cgil abbiamo indubbiamente tenuto a livello nazionale, cercando di contemperare il primato della salute con l’importanza del lavoro, così come abbiamo mantenuto un livello avanzato di elaborazione e proposta col documento della segreteria nazionale ‘Dall’emergenza al nuovo modello di sviluppo. Le proposte della Cgil’. Ma vista anche la riduzione delle entrate e la situazione rarefatta che non facilita un soggetto di rappresentanza come il nostro, come possiamo uscire non dico rafforzati ma almeno non indeboliti dagli effetti sociali ed economici della pandemia? Le idee, anche le migliori, camminano sulle gambe delle persone in carne ed ossa. Occorrerà, sommessamente, interrogarsi sulla forza e sul potere nei luoghi di lavoro, nella società e nella politica. Senza accumulo di forze e senza forza nei luoghi della produzione e riproduzione sociale le buone ragioni non cambieranno il mondo

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