Primo Maggio di speranza - di Giacinto Botti

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Ill Primo Maggio, come il 25 Aprile, rinnova gli ideali della lotta antifascista, delle grandi conquiste del lavoro, di libertà, giustizia e solidarietà. Questo Primo Maggio, così diverso per l’emergenza che stiamo vivendo, porta comunque il suo messaggio di speranza. C’è un terreno nuovo, drammaticamente dissodato dalla tragedia che ci ha investiti, sul quale coltivare il progetto di un mondo migliore.

Si dice che dopo la pandemia nulla sarà più come prima, ma tornare a quel “prima” dovrebbe farci paura. Le nuove generazioni ci hanno indicato la strada per salvare il pianeta da un modello di sviluppo che lo sta portando al collasso. Dobbiamo lottare con loro per un futuro che è possibile solo con un deciso cambio di rotta.

C’è un desiderio diffuso di voltare pagina che non va disperso, e che nasce dalla solitudine, dal dolore, dal bisogno di sicurezza e di solidarietà. Occorre affrontare questa tragedia senza consegnare a nessuno decenni di conquiste sindacali e politiche, né delegare a chi è responsabile della situazione del paese la costruzione del dopo. Dovremo rilanciare la lotta contro un sistema economico che distrugge l’ambiente, sfrutta donne e uomini, privatizza il bene pubblico, mette il profitto davanti alla vita delle persone e alimenta disuguaglianze, guerre, povertà.

Come dopo ogni crisi il capitalismo cercherà di rigenerarsi imponendo la sua egemonia e mettendo al centro il profitto e i propri interessi. Sarà ancora lotta di classe, e la nostra opzione è salvare il pianeta, non certo il capitale.

Dopo cinquant’anni di liberismo e di centralità del mercato e dell’impresa, non possiamo permettere al padronato e al capitalismo di riprendersi il controllo della forza produttiva modificando unilateralmente orari, turni, condizioni organizzative, mettendo a rischio salute e sicurezza non applicando il protocollo del 14 marzo e disconoscendo il ruolo del sindacato e delle Rsu, o negando persino l’entrata in azienda agli Rls. Non crediamo agli imprenditori che prima accumulano ricchezze sfruttando e poi diventano filantropi.

Forse dinanzi al Covid 19 siamo sulla stessa barca, ma non tutti hanno le stesse condizioni sociali e materiali per salvarsi. Il virus si abbatte sulle inadempienze sociali e sanitarie, su chi è senza casa, senza lavoro e reddito, sugli anziani lasciati soli a morire nelle Rsa, e può colpire chi è obbligato a recarsi al lavoro senza adeguati sistemi di protezione.

Ogni famiglia sta soffrendo, ma l’impatto sociale non è uguale, e la quarantena in una villetta non è come stare in tanti in un appartamento modesto. Per la scuola a distanza non tutti hanno gli strumenti adeguati. Questo è il volto della società classista. Basta con il mercato prima di tutto, con l’irresponsabilità sociale del padronato, con politici che fomentano odio e nazionalismo, con un’Europa incapace di essere sociale e solidale. Abbiamo bisogno di radicalità, di pensiero alto, di un’economia sostenibile, di un sistema produttivo di qualità capace di riconvertire le fabbriche di armi e inquinanti.

Si ridia centralità al Servizio sanitario nazionale pubblico, si garantisca il diritto al buon lavoro anche riducendo l’orario, si redistribuisca la ricchezza e si riducano le disuguaglianze con una riforma fiscale progressiva e una patrimoniale. L’evasione fiscale in primis, il lavoro nero, la corruzione, la speculazione, le mafie, hanno avuto e hanno una conseguenza diretta sulla vita e la morte delle persone. Verso questi crimini sociali, da oggi per il futuro tolleranza zero.

Si ridia valore al lavoro, quello pubblico, quello manuale dei lavoratori delle cooperative e degli appalti, con pochi diritti e miseri salari, che a rischio della vita garantiscono i servizi essenziali, quello degli immigrati sfruttati da caporali e mafia, perseguitati dalle politiche razziste di una destra che specula anche nella tragedia. Lo smart working non è agibile per la maggioranza dei lavoratori.

Si metta fine all’autonomia differenziata e si riveda la nefasta riforma del titolo V della Costituzione, perché abbiamo bisogno di coesione e di uno Stato che governi i processi e fermi le spinte regionaliste del fai da te. All’emergenza si deve far fronte con proposte e leggi che, nel pieno ruolo del Parlamento, riconoscano i diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione e i limiti che essa pone, che non vanno superati perché non sarebbe scontato un ritorno indietro.

La Cgil sta facendo la sua parte affrontando con difficoltà e responsabilità una situazione grave, inaspettata, complicata e mai vissuta. Ci unisce un profondo senso di appartenenza e di solidarietà nel garantire rappresentanza, aiuto e voce al mondo del lavoro, ai cittadini tutti, forti di un progetto di paese e di mondo alternativi, animati da ideali e da valori che nessun virus può annientare. Buon Primo Maggio!

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