Porto di Genova: lo sciopero dei camalli blocca il carico della nave delle armi - di Sinistra Sindacale

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La nave delle armi, Bahri Yanbu, ha lasciato il porto di Genova in direzione Alessandria d’Egitto senza aver potuto imbarcare i generatori per uso militare. “Una importante vittoria frutto anche della battaglia della Cgil e dei suoi lavoratori”, ha commentato il segretario confederale della Cgil Giuseppe Massafra. Infatti, chiamati in sciopero dalla Filt Cgil, i portuali hanno incrociato le braccia e protestato in tutti i porti liguri, impedendo che il cargo imbarcasse, a Genova e La Spezia, quanto necessario alle operazioni definite dalle Nazioni Unite ‘crimini di guerra’, e fuori dal rispetto dei trattati internazionali. Da subito la Filt e la Cgil, assieme alle associazioni pacifiste, hanno denunciato la gravità di quanto stava accadendo.

La vicenda della nave saudita era scoppiata da alcuni giorni. Come ricostruito da Amnesty International e altre associazioni, la Bahri Yanbu, carica di armi, cercava di attraccare nei porti europei per caricare armamenti destinati alle forze armate della monarchia assoluta saudita. Dopo aver caricato munizioni di produzione belga ad Anversa, ha visitato porti nel Regno Unito, in Spagna e in Francia.

Secondo una nota di Amnesty International, Comitato per la riconversione Rwm, Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari, Oxfam, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo e Save the Children, “la nave, partita dagli Stati Uniti, passata per il Canada prima di arrivare in Europa, ha come destinazione finale Gedda, Arabia Saudita, con arrivo previsto il 25 maggio”.

Era perciò reale e preoccupante la possibilità che anche a Genova potessero essere caricate armi e munizionamento militare. Basti ricordare che negli ultimi anni è stato accertato da numerosi osservatori indipendenti l’utilizzo contro la popolazione civile yemenita anche di bombe prodotte dalla Rwm Italia (con sede a Ghedi, Brescia, e stabilimento a Domusnovas in Sardegna), esportazioni in aperta violazione della legge 185/1990 e del Trattato internazionale sul commercio delle armi (Att) ratificato dal nostro paese.

Secondo quanto riferito da Amnesty, il cargo contiene sei container di munizioni. L’8 maggio avrebbe dovuto entrare nel porto di Le Havre per caricare otto cannoni semoventi Caesar da 155 mm prodotti da Nexter, ma ha dovuto rinunciarvi per la mobilitazione dei gruppi francesi di attivisti dei diritti umani, e il boicottaggio dei portuali. Si è quindi diretta verso il porto spagnolo di Santander, ma anche là si è attivata la mobilitazione di varie associazioni della società civile.

Lo sciopero dei lavoratori del porto genovese ha impedito alla motonave di caricare materiale per uso bellico. Nella mattinata del 20 maggio la Filt Cgil cittadina ha proclamato lo sciopero di tutti i servizi e delle operazioni portuali di mare e di terra che vedevano coinvolta la Bahri Yanbu. Dopo ore di stallo, la Prefettura ha permesso solo l’accesso per le strumentazioni di utilizzo civile, ma non ai due generatori elettrici della Defence Tecnel, presumibilmente destinati a uso militare. Al vertice in Prefettura hanno partecipato, oltre al prefetto, il segretario generale della Cgil di Genova, il presidente dell’Autorità portuale, e il direttore del terminal interessato dalle operazioni.

I portuali genovesi e la Cgil non vogliono “essere complici delle vittime civili in Yemen” e vogliono “dare un piccolo contributo a un problema grande per una popolazione che viene uccisa giornalmente”. La Cgil si aspettava “che il governo e le istituzioni avessero rispettato gli accordi internazionali” e continua a pensare “che i porti italiani debbano essere aperti per le persone e chiusi alle armi”. Alla protesta lanciata dai lavoratori delle banchine e dalla Cgil hanno aderito molte associazioni: Acli, Salesiani, Libera, Comunità di San Benedetto, e tanti altri ancora.

Secondo i rapporti dell’Ue sulle esportazioni di armi, gli Stati membri hanno emesso almeno 607 licenze per oltre 15,8 miliardi di euro in Arabia Saudita nel 2016. I principali esportatori europei di armi verso l’Arabia Saudita includono Regno Unito, Francia, Spagna, Italia e Bulgaria. Altri paesi - come Svezia, Germania, Paesi Bassi - hanno sospeso o iniziato a limitare le vendite di armi alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita.

In Italia, nonostante il presidente del consiglio Conte abbia affermato, il 28 dicembre, che “il governo italiano è contrario alla vendita di armi all’Arabia Saudita per il ruolo che sta svolgendo nella guerra in Yemen”, nessuna sospensione è stata ancora definita, e le forniture di bombe e sistemi militari sono continuate anche in questi mesi, ammontando a un controvalore di 108 milioni di euro nel solo 2018 (dati ufficiali elaborati dall’Osservatorio Opal di Brescia).

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