L’Italia delle “piccole patrie” - di Maurizio Brotini

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Siamo di fronte ad uno storico passaggio d’epoca tra i centri del sistema-mondo capitalistico e globalizzato: così come si è passati, a partire dal Cinquecento, dalla centralità della Spagna all’Olanda, dall’Inghilterra agli Stati Uniti, adesso siamo dentro la transizione derivante dalla perdita di centralità degli Usa, paradossalmente successiva alla loro vittoria contro l’Urss e il Patto di Varsavia. Una transizione che vede la Cina, e non l’Europa, come attore decisivo in un mondo multipolare.

Storicamente queste transizioni non sono state sempre pacifiche, e hanno segnato nuovi rapporti tra Stati, Imperi, dimensione economica e dinamiche sociali, ridisegnando profondamente il mondo e lo stesso protagonismo del mondo del lavoro, e di tutti i movimenti anti-sistema.

In Europa, tutto il processo politico, economico e istituzionale che ha caratterizzato l’unificazione della Germania, l’adozione del Trattato di Maastricht, il consolidamento del Sistema monetario europeo e l’estensione a nord-est dell’Unione, ha provocato una diversa allocazione del potere a favore della Germania e degli Stati del nord Europa, e l’affermarsi di una nuova costituzione economica e monetaria, che altro non era se non l’estensione a tutti di quella tedesca.

In questa prospettiva, non c’è dubbio che il recente Patto di Aquisgrana, un trattato bilaterale tra Francia e Germania, si ponga come la vera e più profonda secessione dall’Unione europea. Francia e Germania hanno di fatto abbandonato il processo europeo, non riuscendo più a dominarlo: il vero ‘sovranismo’ sta nel Patto di Aquisgrana, un trattato stipulato a tutela esclusiva degli interessi nazionali dei contraenti.

Francia e Germania, Macron e Merkel, hanno rotto quell’Unione europea che dicevano di voler “riformare”. Il motore franco-tedesco arranca nella dinamica globale, ormai, e i sintomi sono socialmente evidenti. Le élite di Parigi e Berlino serrano le fila, concentrano ciò che resta del loro potere.

Il riflesso italico è particolarmente miserando. Tre regioni “avanzate”, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, legate a doppio filo con l’economia tedesca, si giocano la carta della “autonomia differenziata”, sperando così di mantenere intatto il loro ruolo di contoterzisti dipendenti.

La competizione globale costringe a ridisegnare il modello produttivo, le relazioni internazionali, i trattati commerciali, i livelli salariali – e senza mercato interno, contando solo sulle esportazioni, non c’è futuro – e ancora la visione e i “patti sociali”. C’è chi ne è capace, chi se ne è reso conto e cerca una via d’uscita, e chi nessuna delle due. L’Italia è tra questi, preda della peggiore classe dirigente, imprenditoriale e politica, che ci sia mai stata nella sua lunga storia.

Classi dirigenti che hanno prodotto, così appare dalle ultime rilevazioni, il sorpasso della Francia rispetto all’Italia come capacità produttive del sistema manifatturiero. Al massimo, quella classe dirigente è stata capace di creare dei piccoli affabulatori – dopo Renzi, Salvini – per distrarre il pubblico mentre la nave affonda, e quelli di prima classe trasferiscono capitali e attività all’estero.

Il dibattito sull’autonomia differenziata pone implicitamente questioni ancora più radicali. Un dibattito che vede completamente esautorato il Parlamento, attraverso il tentativo di confinare nella Conferenza Stato-Regioni una trasformazione degli assetti istituzionali ancor più marcata – per molti aspetti – della controriforma Renzi-Boschi, e un esito che potrebbe essere sottratto alla stessa possibilità di essere sottoposto ad un referendum popolare.

Occorre capire se si vuole ancora essere una comunità nazionale: se l’Italia deve tornare ad essere “espressione geografica”, o se esiste la volontà di continuare a credere nel paese, affrontando gli enormi problemi che presenta come compagine nazionale, e che le sue classi dirigenti hanno cercato di porsi fin dal momento dell’Unità. E tra questi problemi, quello delle fratture territoriali – in primis quella nord-sud, ma anche quella fra centri e periferie, tra aree urbane e aree interne – è sempre stato decisivo.

Decidere come affrontare questo tema è compito della politica, del dibattito pubblico, delle classi dirigenti e di una organizzazione sindacale confederale come la Cgil. La Cgil del futuro deve avere lo sguardo lungo e le lenti appropriate per leggere, interpretare, modificare questo mondo in rapida trasformazione. Mai come oggi è necessario pensare globalmente per poter agire localmente: dire un “No” netto all’autonomia differenziata, e costruire una grande mobilitazione nel paese, è uno dei compiti che ci spetta e ci compete.

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