Il dito e la luna - di Mara D’Ercole

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‘Immuni’, Big Tech e privacy    

Grande è la preoccupazione sotto il sole per le violazioni della privacy che potrebbero derivare dall’app ‘Immuni’, che traccerebbe spostamenti, contatti e dati sanitari della popolazione italiana allo scopo di controllare l’epidemia di covid-19. È un dibattito che, oltre ad essere inutile e francamente irritante, rappresenta un’aberrante distrazione dalla centralità del tema del controllo e della gestione dei dati. Le città, le relazioni, l’istruzione, i trasporti, la produzione, i diritti e le tutele, la disponibilità di reddito e i consumi, tutto sta per cambiare in un mondo smarrito e in cui al momento sette fra le dieci più grandi aziende del mondo sono Big Tech.

Noi invece ci preoccupiamo di Immuni, un’app che prevede una gestione dei dati pubblica. Ce lo ha dovuto spiegare persino Soshana Zuboff in un’intervista rilasciata a Repubblica il 9 aprile scorso. La Zuboff, nel suo ‘Il capitalismo della sorveglianza’ (Luiss University Press), ha sostenuto che le big tech sono cresciute enormemente negli ultimi dieci anni, alimentandosi dell’estrazione di tutti i dati su ogni momento dell’esperienza di vita degli essere umani, corpo e anima. Dati che vengono utilizzati per costruire previsioni comportamentali ai fini della produzione e dello scambio.

Dopo l’estrazione di questo ‘surplus comportamentale’, così com’era per i cacciatori di elefanti dopo l’estrazione delle zanne di avorio, le persone diventano, per il capitalismo della sorveglianza, carcasse da abbandonare. Nell’intervista la Zuboff distingue, ovviamente, tra sorveglianza sanitaria e capitalismo della sorveglianza, sostiene che le app per la sorveglianza sanitaria con gestione pubblica dei dati dovrebbero essere obbligatorie, come i vaccini. La Zuboff invita a spostarsi dalla posizione di “inevitabilismo”, l’arrendevolezza ad una narrazione che vuole l’odierna condizione come impossibile da cambiare, e di uscire dalla crisi con idee nuove, come fu per il new deal, che produsse soluzioni economiche innovative e inimmaginabili fino al 1929.

Vero è, come osserva l’intervistatore, che non si vedono Roosevelt all’orizzonte, come è vero che il dibattito sull’utilizzo o meno del Mes è una penosa rappresentazione di mancanza di idee politiche riformiste. Nonostante prese di posizione scientificamente chiarissime da parte di molti economisti, tra i politici, a parte sporadiche voci fuori dal coro, nessuno ha avuto il coraggio di raccontare cosa è successo dalla fine degli anni ‘70, e in particolare dal 2008 ad oggi. Colin Crouch lo chiama ‘keynesianesimo’ privatizzato. Nel 2008 l’illusione neoliberista del mercato perfettamente razionale - a cui le sinistre europee si sono allineate con atteggiamento “inevitabilista” - si è spezzata quando il forte indebitamento delle classi medio-basse, sommato al debito pubblico, ne ha inceppato i meccanismi.

Questo impedimento ha spinto alla ricerca di nuovi spazi di profitto, si è passati dalla prima ondata di privatizzazioni neoliberiste ad una più decisa “mercatizzazione” di spazi tradizionalmente pubblici: beni comuni, istruzione, salute. Nel’ keynesianesimo’ privatizzato il welfare è diventato terreno di gioco delle aziende private, via via sempre più grandi grazie alla deregulation, alimentate da consumi generati da speculazioni e debito. In particolar modo il welfare è diventato terreno di gioco delle Big Tech, la frontiera più avanzata del ‘keynesianesimo’ privatizzato, che propongono e forniscono da tempo alle amministrazioni pubbliche servizi innovativi, costruiti grazie ai dati raccolti su sanità, edilizia pubblica, trasporti, istruzione, energia, rifiuti e così via.

Tuttavia nel dibattito sul Mes nessun politico ha ammesso, cospargendosi il capo di cenere per quanto fatto in passato, che la mutualizzazione europea del debito è fondamentale per evitare un avvitamento fatale dell’austerità neoliberista, con ulteriori ondate di privatizzazione dei servizi pubblici. Difficile dire abbiamo sbagliato, ammettere che aveva ragione chi come Crouch diceva, ben prima del covid-19, che abbiamo bisogno di “strutture sovranazionali capaci di rappresentare interessi al di là delle forze di mercato”, che ora le sinistre devono uscire dalla “difensività” (resistenza su un vecchio ordine ormai tramontato) ed entrare nella “assertività” (esplorazione di un nuovo ordine da immaginare).

Difficile dire che al centro dei ragionamenti politici dovrebbero esserci nuovi modelli di sviluppo tutti da inventare, nei quali i dati dovrebbero essere considerati un bene comune, e il diritto alla protezione dei dati personali dovrebbe essere un diritto fondamentale, distinto dal diritto alla privacy. Siamo tristemente incagliati nelle inutili considerazioni sull’app Immuni. Guardiamo il dito, ci manca proprio lo sguardo che arrivi alla luna.

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