Qualche appunto per la ripresa - di Vincenzo Greco

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Dal 4 maggio sono tornati al lavoro oltre 4,5 milioni di lavoratori, che si sommano ai tanti che non si sono mai fermati. Quella che per alcuni è una mezza apertura rimane il banco di prova della fase di convivenza con il covid-19, almeno fino alla disponibilità di un vaccino sicuro e di una cura certa. Il distanziamento ci accompagnerà nel futuro prossimo, così come i dispositivi di protezione saranno di uso quotidiano. Ciò che accade nei luoghi di lavoro caratterizzerà il complesso delle attenzioni che ogni singola persona dovrà avere nel prossimo periodo. Essenziale è la consapevolezza che è interesse di ognuno prevenire il pericolo di contagio perché, benché la tendenza generale segni un’inversione della curva dei contagi e delle vittime, il virus è tutt’altro che sconfitto.

Fondamentale, sulla base delle norme e dei protocolli sottoscritti, è esigere che ci siano le condizioni di sicurezza per poter svolgere l’attività lavorativa. Il protocollo del 24 aprile scorso, ripreso integralmente nel Dpcm del 26 aprile, è la base di riferimento per i comportamenti di aziende e lavoratori.

Nelle aziende si deve procedere a specifici accordi sindacali con la finalità di ridurre i contatti tra le persone e favorire il distanziamento. In particolare, bisogna favorire l’utilizzo maggiore possibile di lavoro da remoto, lo smart working ad esempio, implementando le modalità già applicate e, qualora non ci fossero accordi collettivi che lo regolano, è utile procedere alla definizione delle regole su prestazione lavorativa (orari, straordinari, disconnessione, strumenti e connessione, ecc...) e trattamenti (pasto, indennizzi a fronte di condizioni particolari, ecc...).

L’attività lavorativa va riorganizzata in funzione del distanziamento e della sicurezza, prendendo in esame anche l’utilizzo ottimale degli spazi di lavoro. Si può procedere alla rimodulazione degli orari per prevedere accessi scaglionati o a turno e, più in generale, per prevenire assembramenti in entrata/uscita o negli ambienti comuni (spogliatoi, mense, ecc...), oltre a ridurre il numero di persone presenti contemporaneamente. Vanno utilizzate tutte le forme di contatto a distanza per attività di natura relazionale, prevedendo l’utilizzo della tecnologia per fare riunioni e/o evitare trasferte la cui presenza fisica sia surrogabile con le modalità che si converranno. Va regolamentato l’accesso agli spazi comuni, nonché la riduzione della necessità di spostamenti interni.

Naturalmente, il complesso delle regole di questo periodo e i protocolli anticontagio aziendali integrano e non sostituiscono le regole vigenti in materia di salute e sicurezza. Particolare attenzione va quindi posta al ruolo del medico competente, alla collaborazione tra questi, il datore di lavoro e gli Rls/Rlst, alla continuità della sorveglianza sanitaria periodica, all’individuazione delle figure ‘fragili’ cui dedicare specifiche azioni di tutela.

In ogni azienda si deve costituire un comitato partecipato anche da rappresentanti dei lavoratori e da Rls, con la funzione specifica di condividere le azioni per attuare il protocollo del 24 aprile. Dobbiamo tutti vigilare per l’attuazione di queste norme. Fermo restando il diritto di denunciare alle autorità competenti tutte le situazioni che mettono a rischio la salute, è importante rivolgersi immediatamente al proprio rappresentante sindacale se si riscontrano inadempienze. Ovviamente ogni protocollo anticontagio aziendale o di settore avrà caratteristiche proprie, misurate e aderenti agli specifici comparti e/o aziende.

Alcune altre riflessioni. La rimodulazione degli orari di lavoro, in funzione di una ridefinizione dell’organizzazione del lavoro atta a garantire condizioni di sicurezza, impatta con il sistema territoriale che si deve interrogare anche sulla raggiungibilità dei luoghi di lavoro, in particolare nelle aree a forte densità abitativa e nei contesti dove i mezzi pubblici, a loro volta soggetti a limitazioni, sono necessari a raggiungere i luoghi di lavoro.

La riorganizzazione di ritmi produttivi, piuttosto che la sospensione di talune produzioni, o ancora l’essere calati in un contesto dove la condizione delle persone non è quella di prima (scuole chiuse, assistenza a familiari, condizione di fragilità soggettiva), determina la necessità di tutele che non nascono esclusivamente dall’agire contrattuale nei singoli luoghi di lavoro. Si deve aprire una stagione dove il ruolo della rappresentanza sociale del lavoro agisce nello spirito di costruire nuove forme di coesione sociale, improntate alla necessità che non aumentino le diseguaglianze e che si costruiscano tutele universali.

La contrattazione sociale ha un valore complementare fondamentale che si affianca alla contrattazione aziendale. La capacità di far parlare sempre più questi due livelli della contrattazione, corrisponderà alla capacità di dare risposte ai bisogni delle persone che con il loro lavoro quotidiano fanno crescere e ricrescere il nostro Paese.

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