Dal Queens a Milano: Amazon scende a patti - di Alessio Gallotta

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Nell’almanacco della sinistra il mese di maggio è particolarmente significativo per le sue ricorrenze: la Festa del lavoro e dei lavoratori del Primo Maggio, la conquista di Berlino da parte dei sovietici, il compleanno di Berlinguer, la fondazione di Emergency, la giornata contro le discriminazioni omotransfobiche, solo per citarne alcune.

Quasi alla fine dei festeggiamenti e delle manifestazioni che caratterizzano la primavera (malgrado la pioggia di quest’anno), il 27 maggio abbiamo raggiunto un importante accordo sindacale nella filiera di Amazon, accordo che tenta di risolvere un conflitto che dura da mesi.

Già dal maggio 2017 la Filt Cgil della Lombardia ha intrapreso un percorso di sindacalizzazione e di lotta con i lavoratori degli appalti della nota multinazionale statunitense, che ha avviato la sua attività di consegna in proprio in Italia nel 2016. A distanza di due anni dalla prima assemblea fatta con i driver di Amazon, questo accordo è il bilancio dell’attività svolta con successo dai lavoratori, che non hanno voluto arrendersi.

Il testo prevede essenzialmente questo: aumento delle indennità di trasferta; introduzione di un premio di risultato basato sulla qualità del servizio; tetto alla quota dei contratti a tempo determinato, con l’impegno al rispetto delle percentuali contrattuali e una conseguente politica di stabilizzazioni; tavoli di lavoro permanenti su ogni impianto per la gestione del carico di lavoro; incremento retributivo per gli apprendisti; contenimento della quota delle franchigie per danni ai mezzi, e rateizzazioni; gestione più efficace delle multe, e nessuna rivalsa sui lavoratori per multe legate al servizio.

Questi temi erano stati portati davanti ai cancelli a febbraio, quando con uno sciopero di 48 ore abbiamo bloccato le consegne per poi scendere in piazza direttamente sotto la sede di Amazon in piazza XXV Aprile, insieme al nostro segretario generale Maurizio Landini.

L’importanza di questo accordo non risiede solo nell’ottenimento di ciò per il quale abbiamo lottato, o nel riconoscimento di soluzioni ai problemi dei lavoratori di quell’appalto, sta anche nella testimonianza del valore della contrattazione.

L’atteggiamento delle multinazionali come Amazon è quello di screditare le parti sociali ergendosi al di sopra delle regole, delle istituzioni e talvolta della stessa democrazia. A lungo andare l’incapacità di incidere sui processi economici globali diventa per gli Stati come l’Italia una dipendenza dai capitali come Amazon, che creano nel breve periodo migliaia di posti di lavoro e muovono economia nei territori e nelle casse del fisco (quando si riesce a fargli pagare le tasse). L’altra faccia della medaglia è l’impoverimento che si lasciano alle spalle, il costo sociale del governo economico. Le battaglie per i diritti dei lavoratori, come quella che ci ha portato a questo accordo, possono quindi essere parte di una più ampia discussione, che riguarda il tipo di sviluppo che vogliamo.

È stata interessante la vicenda di qualche mese fa, quando Amazon ha tentato di costruire un gigantesco quartier generale nei pressi del Queens a New York. A seguito del “bando” emesso dal colosso, il comune di New York ha offerto sgravi e agevolazioni ad Amazon “in cambio” dei 25 mila posti di lavoro stimati, al fine di accaparrarsi questa nuova sede e dare, secondo loro, nuova vita al Queens. Il quartiere e la città tutta hanno risposto con una importante riflessione, costruita a suon di assemblee, volantinaggi e iniziative, su come quell’insediamento avrebbe indelebilmente modificato la struttura economica del quartiere, e generato l’impossibilità degli stessi abitanti di potersi permettere il costo della vita. Pensiamo, ad esempio, agli affitti che sarebbero esplosi.

Il paradosso più assurdo è che probabilmente, per la media degli stipendi che Amazon riconosce, sarebbe stato un quartiere a lungo andare inabitabile per gli stessi dipendenti dei magazzini Amazon. Le conseguenze sociali di questo genere di modello sono già evidenti in molte parti del mondo, laddove non ci sia una prospettiva di sviluppo consapevole. Il risultato è stato che per ora l’azienda ha deciso di non portare avanti il progetto, a causa della “resistenza delle comunità locali”.

È importante che ci siano battaglie come quella del Queens, perché possono ispirarne altre. Nella filiera di Amazon a Milano sono ancora molte le sfide in campo. Ma è straordinaria la tenacia di chi lotta quotidianamente per ottenere un lavoro migliore, e qualcosa di più giusto.

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