Se Salvini invoca lo Stato di polizia - di Riccardo Chiari

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Il motivato stop dei giudici amministrativi della Toscana alle “zone rosse” di Firenze, ritenute apertamente anticostituzionali, e le decisioni dei tribunali civili della stessa Firenze, di Bologna e di Genova, che in base alle leggi oggi in vigore hanno autorizzato i richiedenti asilo ad essere iscritti all’anagrafe, hanno fatto infuriare Matteo Salvini. Il ministro dell’interno, in risposta, ha annunciato il ricorso al Consiglio di Stato contro il provvedimento del Tar di Firenze; altri ricorsi sulle sentenze che permettono l’iscrizione all’anagrafe dei migranti; ma soprattutto un ricorso all’Avvocatura dello Stato “per valutare se i magistrati che hanno emesso le sentenze avrebbero dovuto astenersi, lasciando il fascicolo ad altri, per l’assunzione di posizioni in contrasto con le politiche del governo in materia di sicurezza, accoglienza e difesa dei confini”.

Le mosse del Viminale fanno tornare alla mente altri momenti bui, come la delegittimazione dei media di casa Berlusconi ai danni del giudice Mesiano, reo di aver condannato la Fininvest al processo sul lodo Mondadori. Questo caso appare ben più grave, perché ad agire è una istituzione statale che avvia un “dossieraggio” contro magistrati considerati scomodi. Non altrimenti è possibile valutare la decisione di analizzare le uscite pubbliche dei giudici, e i loro rapporti di “vicinanza e collaborazione con chi difende gli immigrati contro il Viminale”.

Il calcolo politico del leader della Lega, in un momento in cui l’Associazione nazionale magistrati e il Consiglio superiore della magistratura vivono giorni difficili, a causa di ben altre, gravi vicende, è evidente. Ma l’Anm ha reagito comunque, così come la presidente della Corte d’appello di Firenze, Margherita Cassano. Prese di posizione meritorie, per non passare dallo Stato di diritto a quello di polizia. 

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