Elezioni, governo, partiti: una Cgil autonoma ma non neutrale - di Giacinto Botti

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Il voto del 26 maggio ha cambiato solo in parte il quadro politico europeo ma ha terremotato quello italiano, invertendo a favore della Lega di Salvini gli equilibri di potere tra le due forze di governo. La carta politica dell’Italia è verde-gialla, con qualche macchia di rosso. La Lega è diventata il primo partito nazionale, radicato nei territori e sostenuto da una borghesia conservatrice e reazionaria, da un pezzo di potere finanziario ed economico, da settori del padronato, dai commercianti, dalle forze neofasciste, dalla parte individualista e qualunquista dell’Italia, ripiegata sui propri piccoli interessi e indifferente ai drammi delle morti in mare e all’onda nera che avanza.

La vittoria di Salvini non è episodica né casuale. Le spinte nazionalistiche, gli interessi particolari hanno offuscato il valore della solidarietà. L’Italia di oggi, più povera, più divisa e cinica, non è però nata con questo governo, che per quanto pericoloso ha un preoccupante consenso traversale e di massa tra operai, pensionati, giovani. E’ anche il prodotto di scelte sbagliate, degli errori di una sinistra di governo persa nel labirinto dei vincoli imposti dal mercato, e dalle politiche di austerità di un’Europa finanziaria sorda verso le reali condizioni di milioni di persone.

La Cgil non ha come obiettivo la caduta dei governi, non è mai stato questo il nostro ruolo, neppure quando abbiamo manifestato contro il governo Berlusconi. Non è nostro mestiere, né compito. Non possiamo peraltro sostenere la riproposizione da parte della Commissione europea di quelle politiche liberiste e di austerità che hanno dato spazio ai populismi e ai nazionalismi, in polemica con misure sociali come “quota 100” e reddito di cittadinanza, che seppur limitate e contraddittorie sono vissute a livello popolare come un cambiamento di rotta. Chiunque le contrastasse in nome del rigore e dell’austerità sarebbe destinato a soccombere, noi compresi.

Siamo consapevoli che se si dovesse tornare a votare non sarebbe per lo spread o i vincoli di bilancio, e neanche per un’opposizione parlamentare fragile e contraddittoria, ma per volontà e opportunità di uno dei contraenti il patto di governo. Il risultato elettorale farebbe scivolare l’Italia verso un governo di destra a trazione leghista, nazionalista e razzista, con un leader senza scrupoli che, con misure divisive, pericolose e anticostituzionali, sta già lavorando ad un modello di paese autoritario e classista. Un altro uomo solo al comando, un “restauratore” della peggiore Italia che parla alla pancia e alle paure della gente, cui si è lasciato campo libero pensando che i “nemici” principali fossero i pentastellati, comunque corresponsabili della deriva e succubi di Salvini.

Come l’Italia sia scivolata verso la deriva e la crisi economica, politica e istituzionale attuale, dopo che il centrosinistra rappresentato dal Pd ha avuto la possibilità di governare il paese, è il nodo politico da sciogliere. Per cambiare e recuperare credibilità e consenso è necessaria un’analisi spietata degli errori commessi. Non ci sono scorciatoie o alleanze politiche che permettano di risalire la china. Il partito dell’alternativa non può che fare i conti con il passato e decidere con la necessaria radicalità con chi e dove stare, e cosa fare. Non si può tirare una riga finché si continuano a rivendicare come giuste scelte sbagliate, contro le quali abbiamo manifestato e scioperato.

La Cgil è e deve restare autonoma, ma non è neutrale né indifferente agli esiti politici e istituzionali. La riproposizione di una qualche forma di cinghia di trasmissione del partito verso il sindacato sarebbe devastante. Piuttosto, pensiamo che nessun futuro partito di massa di sinistra possa fare a meno di rapportarsi, nel rispetto dei reciproci ruoli, con un soggetto politico di rappresentanza generale con circa sei milioni di iscritte e iscritti com’è la Cgil. Questa rappresentanza sociale è la forza che ci permette di misurarci con i governi e i partiti con la nostra identità autonoma, e di giudicare nel merito scelte, programmi, e interessi in campo.

Lo abbiamo dimostrato coerentemente, dal referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 alle manifestazioni contro il jobs act e la cancellazione dell’articolo 18, la buona scuola, la legge Fornero. Abbiamo manifestato con le associazioni e i movimenti in difesa dei diritti, della democrazia, dell’occupazione e dello sviluppo sostenibile, contro il fascismo, il sessismo, l’oscurantismo e in difesa della Costituzione.

Ogni giorno facciamo opposizione sociale alle scelte sbagliate e agli indirizzi autoritari di questo governo, contro gli editti, le leggi securitarie e razziste, la criminalizzazione delle Ong e la chiusura dei porti, le delocalizzazioni, i mancati investimenti per il Mezzogiorno e in generale per lo sviluppo, la flat tax per i ricchi e l’“autonomia differenziata”, che spacca il paese e riduce diritti universali, purtroppo non contrastata, nei referendum consultivi, dal Pd e da molti sindaci di centrosinistra. A ognuno il suo mestiere.

Abbiamo come faro le proposte congressuali di valore strategico su previdenza, ruolo dello Stato in economia, riduzione dell’orario e aumento del salario, funzione universale della scuola e della sanità pubbliche, sviluppo sostenibile. Su una riforma fiscale seria e radicale che recuperi risorse dall’enorme evasione fiscale e dalla ricchezza accumulata. Siamo anche in Italia per la tassazione delle grandi ricchezze. Abbiamo il nostro Piano del lavoro e la Carta dei Diritti, ovvero il nuovo Statuto delle lavoratrici e dei lavoratori.

Insomma, come Cgil abbiamo la nostra rotta, la nostra idea di Europa e del paese. Che non riscontriamo certo nel governo attuale, ma neppure in quelli precedenti di Renzi e Gentiloni. E se vogliamo dirla tutta, non c’è sintonia con alcun partito politico, nemmeno con l’attuale Pd, che non ha ancora indicato la sua rotta e ricostruito la sua identità.

Eppure, la questione dei rapporti di forza, delle alleanze con la politica, va posta, perché la Cgil non è autosufficiente ed è consapevole della sua parzialità. In Italia c’è bisogno di un partito di massa e di sinistra radicale, alternativo al liberismo e alla centralità del mercato. Un partito non equidistante nello scontro moderno tra capitale e lavoro. Che riscopra la parola “sinistra”, sia riconoscibile e riconosciuto dalla classe lavoratrice, e che abbia al centro il lavoro e i diritti. Una forza politica della quale la Cgil, i suoi militanti sentono la mancanza. E forse si dovrebbe allentare la rigida regola dell’incompatibilità per i delegati sindacali senza cariche elettive, perché possano contribuire, forti dell’esperienza sindacale, alla rinascita di una sinistra politica di massa capace di fare egemonia e di riconquistare il consenso perduto. La natura ancora ambigua del Pd è un ostacolo alla costruzione di questa prospettiva strategica.

La lezione di Marx sulle distorsioni di un capitalismo che crea concentrazioni di potere e ricchezza, e produce diseguaglianze e povertà intollerabili, è ancora attuale. Per non tornare indietro dobbiamo rinsaldare la memoria storica all’oggi, alla partecipazione attiva alla vita politica e sociale del paese. Riscoprire la forza della solidarietà, dell’uguaglianza, dei diritti universali, del valore del lavoro e del senso di appartenenza alla classe lavoratrice. Alla Cgil.

(Questo contributo si inserisce in un confronto, non ancora esplicitato ma presente all’interno della Cgil, sulla sua collocazione e l’atteggiamento rispetto allo scenario politico del dopo voto e al governo. E’ parte di una riflessione che faremo collettivamente nel Coordinamento nazionale di “Lavoro Società, per una Cgil unità e plurale” convocato a Roma per il 25 giugno, nel quale, tra l’altro, discuteremo e decideremo insieme sul futuro della nostra esperienza di sinistra sindacale collettivamente organizzata in Cgil)

 

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