Napoli Servizi, il virus combattuto in strada - di Frida Nacinovich

‘Je sto vicino a te...’, la bella canzone di Pino Daniele racchiude l’essenza di un lavoro che in questi mesi di coronavirus è stato prezioso, e non ha conosciuto soste. Si parla di quella filiera associativa - in molti casi volontaristica - che si è attivata per permettere di organizzare la vita dei tanti che, per un motivo o per l’altro, rischiavano di restare indietro. Giovanissimi alunni delle scuole, obbligati allo smart working senza gli strumenti tecnici (leggi computer) per essere in grado di collegarsi con i loro maestri e professori. Anziani soli, troppo a rischio per poter svolgere le pur minime incombenze quotidiane, come fare la spesa o andare in farmacia. Famiglie vulnerabili, o perché in difficoltà economica, oppure perché obbligate dal destino ad assistere congiunti alle prese con malattie invalidanti.

A Napoli, una delle più importanti e popolose città del paese, quest’opera di sostegno quotidiano si è sviluppata nel segno virtuoso dell’intervento pubblico. Quello di una società ‘in house’ dell’amministrazione comunale, la Napoli Servizi, che oggi dà lavoro a più di 1.500 persone. “Per la precisione 1.650 - racconta Guglielmo Limatola - operatori sociosanitari che in questa fase emergenziale sono stati in prima linea, sei giorni su sette, assicurando la tenuta sociale delle fasce più deboli della popolazione del comprensorio partenopeo”.

In un mondo stravolto dal virus, sono state tante le prescrizioni da mettere in pratica per garantire la sicurezza ai cittadini. “Ci siamo subito attrezzati per sanificare mezzi pubblici, luoghi di lavoro, dare dispositivi di protezione individuale (guanti, mascherine, tute) a ogni singolo operatore, perché mentre tutti erano chiusi in casa, noi dovevamo muoverci”. Di più, Napoli Servizi ha coadiuvato il lavoro di altri settori dell’amministrazione comunale del sindaco De Magistris. “Siamo stati davanti a mercatini rionali e punti vendita alimentari, per suggerire di tenere le distanze di sicurezza, di essere adeguatamente protetti”. Solo un esempio delle tante piccole attività, di quelle che finiremo per dimenticare ma che ci hanno accompagnato in questi due mesi e mezzo che ci sono sembrati lunghissimi, abituandoci a nuovi modi di organizzare la nostra giornata.

Limatola si emoziona e riesce ad emozionare quando parla della gioia e dei sorrisi degli scolari nel ricevere lo strumento più prezioso nelle settimane del lockdown: il tablet, materiale didattico imprescindibile. “Ovviamente abbiamo fatto le consegne seguendo alla lettera il protocollo di sicurezza”.

È stata lunga la strada che ha portato Limatola a diventare un addetto di Napoli Servizi. Una storia comune a quella di tanti giovani del meridione, pronti a barcamenarsi fra lavori e lavoretti precari per restare in qualche modo a galla. “Sono entrato in fabbrica nel 1975, ad appena 16 anni - ricorda - poi persi il lavoro e ho cercato di arrangiarmi con quel che trovavo. Nel 1995 divenni un lavoratore socialmente utile. Per nove anni sono andato avanti così. Fino a quando, nel 2004, l’amministrazione avviò la creazione di una società partecipata, Napoli Sociale, che inizialmente doveva occuparsi di accompagnamento scolastico e terapeutico di ragazze e ragazzi portatori di handicap”.

Per Limatola è la svolta, c’è per lui un contratto a tempo indeterminato. Nel 2007/08 il Comune di Napoli delibera un nuovo servizio da dare in assistenza alle scuole, assumendo altre 260 persone da qualificare come operatori socio sanitari. Tutto bene? Ogni rosa ha anche qualche spina, visto che lavori del genere non possono essere fatti secondo la sola logica dell’impresa. Tessera Filcams Cgil in tasca, Limatola ha combattuto con colleghe e colleghi di Napoli Sociale per salvaguardare il suo lavoro. “Ci sono state stagioni difficili, ma alle fine siamo stati tutti traghettati in una nuova società in house, a partecipazione totalmente pubblica, ed organizzati in settori di competenza”.

La giornata tipo di Limatola nelle settimane di lockdown inizia alle sette di mattina: “Ci vengono assegnati degli ordini di servizio, come ad esempio la lista, piuttosto lunga, di case dove dobbiamo andare per la consegna di pacchi alimentari, non solo abitazioni private ma anche dormitori e centri di prima accoglienza”. A 61 anni, si sente un lavoratore che in fin dei conti è stato fortunato. “Da bambini si sogna di fare il medico, l’ingegnere, qualcuno vorrebbe diventare astronauta. Io ho sempre pensato che questo fosse un lavoro degno, adatto a me. Aiutare gli altri, soprattutto i più bisognosi, i più deboli, i più anziani, è per me una soddisfazione che ripaga ogni fatica”.

Limatola era un ragazzino quando la città di Napoli, all’inizio degli anni settanta, dovette fronteggiare una piccola epidemia di colera. “Lo ricordo ancora, anche se quel periodo è imparagonabile a quello che abbiamo appena vissuto. Ma non si può avere la faccia preoccupata, anche sotto la mascherina chi riceve assistenza ha bisogno di un sorriso e di parole di incoraggiamento”.

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