Emerge il golpe giudiziario contro Lula - di Vittorio Bonanni

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Sono passati in America latina i tempi dei terribili colpi di stato militare che annientavano legittimi governi democratici e progressisti, che avevano il solo torto di fare gli interessi dei propri paesi e non degli Stati Uniti e delle multinazionali a stelle e strisce. Ma, mutatis mutandis, i modi per ottenere gli stessi risultati con mezzi meno cruenti non mancano, come ha dimostrato il caso Lula, condannato dall’ex magistrato Sergio Moro nell’ambito di una sorta di ‘Mani pulite’ brasiliane a nove anni e mezzo di reclusione. Condanna che non gli ha consentito di partecipare alle elezioni dell’ottobre scorso, vinte dal populista di estrema destra Bolsonaro.

Ora però lo scenario potrebbe mutare in modo clamoroso. Moro, che nel frattempo è diventato ministro della giustizia, si sarebbe reso responsabile, insieme ad altri esponenti della magistratura brasiliana, di un vero e proprio complotto contro l’ex presidente del Brasile, Luiz Inacio Lula da Silva, che ha portato appunto alla condanna e all’incarcerazione dell’ex sindacalista, oltre che all’impossibilità di partecipare alla competizione elettorale.

La seconda sezione della Corte suprema (Stf) di Brasilia ha inserito all’ordine del giorno una clamorosa richiesta di annullamento del processo che ha portato alla condanna dell’ex presidente. Fiato sospeso dunque in Brasile, se è vero che l’udienza potrebbe anche avere come esito finale la scarcerazione dell’ex leader del Pt (Partito dei lavoratori), nella misura in cui Moro avrebbe finalizzato politicamente il proprio operato da magistrato.

A puntare i riflettori su questo scenario, che potrebbe portare il Brasile a nuove elezioni con tanto di candidatura di Lula, è stato The Intercept, il portale di giornalismo investigativo diretto da Glenn Greewald, avvocato noto per aver diffuso le rilevazioni dell’ex consulente della National security agency, Edward Snowden. Dal lavoro del portale emerge quanto meno una parzialità nel lavoro della ‘operação Lava jato’, un’indagine condotta dalla polizia federale brasiliana che ha messo in evidenza un giro di tangenti legato alla compagnia nazionale Petrobras, e uno scambio di favori fra i vertici della compagnia petrolifera ed esponenti politici, concretizzato con tangenti in cambio di contratti a prezzi gonfiati.

Intanto l’Ordine degli avvocati del Brasile ha chiesto la sospensione di Moro, e non è chiaro in ogni caso che futuro attende il più grande paese latino-americano. “In una democrazia in salute - scrive la giornalista brasiliana Carol Pires sul New York Times, intervista riportata da Camilla Desideri su Internazionale - Moro dovrebbe dimettersi da ministro della giustizia, o almeno farsi da parte fino a quando non si concluda un’eventuale inchiesta sul suo operato come giudice nell’indagine ‘Lava jato’. Ma tutto lascia pensare che la nostra democrazia sia malata e che Moro non abbia intenzione di uscire di scena”.

Per ora il presidente Bolsonaro non lo ha difeso pubblicamente, limitandosi a comparire vicino a lui durante un appuntamento ufficiale della marina a Brasília. Gli avvocati di Lula invece si sono espressi con chiarezza: sul tavolo ci sono tutti gli elementi per chiedere una revisione del processo che ha portato in carcere il leader del Pt e della sinistra brasiliana.

Gleisi Hoffmann, presidente del Pt e già braccio destro dell’ex presidente Dilma Roussef, in un’intervista rilasciata recentemente al manifesto ha detto “che quello che hanno fatto secondo il nostro codice di procedura penale configura un’associazione criminale, e il fatto che Lula continui ad essere detenuto è un crimine che si protrae”. “Per esigere la sua libertà – continua Gleisi Hoffmann – bisogna muoversi su due fronti. Il primo è giuridico, attraverso un ricorso che stanno preparando gli avvocati di Lula; l’altro è politico, e vede in campo sei partiti che hanno firmato per esigere l’istituzione di una commissione di inchiesta al Congresso nazionale, con la richiesta delle dimissioni dai propri incarichi di Moro e del procuratore Dallagnol”.

Uno scenario in divenire, che nel frattempo vede però l’opposizione a Bolsonaro costretta a subire una pesante repressione. Il 21 giugno a San Paolo i manifestanti sono stati caricati dalla polizia antisommossa durante lo sciopero generale contro il piano pensionistico del governo, e i tagli alla spesa federale per l’istruzione superiore. Molte anche le proteste contro i tagli all’istruzione e per l’aumento del tasso di disoccupazione al 13%, mentre il numero di posti di lavoro creati è al di sotto delle promesse. In sciopero anche i dipendenti della compagnia petrolifera statale Petrobras, che Bolsonaro vorrebbe privatizzare.

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