Addio a Giorgio Bertani, “amico insopportabile” - di Daniele Sartori

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I libri sono stati la sua vita. Ha iniziato alla libreria Dante in centro a Verona. Lui, giovane commesso, aveva la capacità di trovare qualsiasi titolo immediatamente negli scaffali e di descriverlo, avendo una memoria di ferro. Già allora, appena ventenne, si affacciò alla politica aderendo alla Federazione giovanile socialista di Verona. È stato poi un editore, partendo da zero, capace di intuizioni a volte geniali allestendo un catalogo per due terzi di rilievo assoluto con autori italiani e stranieri. “Bertani Editore” pubblicò da Coltro a Strehler, e poi Guattari (tradotto da una giovane Luisa Muraro), Deleuze, Althusser, e ancora Rosa Luxemburg, Luciana Castellina, Ivan della Mea, Antonio Prete, Vittorino Andreoli e molti altri.

Negli anni ‘70 pubblicò per primo le opere di Dario Fo, con ‘Mistero Buffo’, quando nei confronti del futuro Nobel per la Letteratura c’era ancora un ostracismo generale. Scelse anche di dare alle stampe un libro essenziale della storia dei movimenti: ‘Bologna marzo 1977. Fatti nostri’: in copertina c’era scritto “autori molti compagni”, tra i giovani redattori di allora oltre a Maurizio Torrealta (scrittore e giornalista) anche Carlo Rovelli (fisico quantistico) e Enrico Palandri, (romanziere e teorico della letteratura).

Fra le riviste che promosse sono da ricordare ‘L’arma propria’, i ‘Quaderni Razionalisti’, ‘Peripezie’, ed ‘Erodoto’ rivista di geopolitica. Ebbe anche attenzione sempre viva ai movimenti rivoluzionari nel mondo: dal Cile all’Uruguay fino alla Palestina e alle proteste cinesi. Ma come editore ebbe anche grandi insuccessi: ricordiamo come non si desse pace per alcune migliaia di copie di canti di protesta dei minatori sudamericani rimaste invendute, per cui incolpava non la mancanza di mercato ma la scarsa sensibilità dei veronesi... Come questa, altre esperienze negative hanno portato a notevoli problemi economici molte piccole tipografie che gravitavano nell’area della sinistra a Verona.

Una volta chiusa la casa editrice negli anni ‘80, ma sempre alle prese con gli eterni problemi economici, fece “l’agitatore sociale” a tempo pieno, gravitando nella galassia della sinistra senza una traiettoria definita. Lo ricordiamo militante “rivoluzionario” con un passaggio nel Pdup. Nel ‘72 fu tra i sostenitori della candidatura, non riuscita, di Valpreda nelle liste del manifesto. Dieci anni prima, nel 1962, fu coinvolto nel primo rapimento politico in Italia per fini umanitari: il sequestro del viceconsole spagnolo di Milano, per chiedere al regime franchista la sospensione della condanna a morte con la garrota di alcuni militanti anarchici antifascisti.

Dalla violenza rivoluzionaria all’impegno per la pace: presente alle marce Perugia-Assisi, alle Arene di pace, lo ricordiamo nel 1992 con Beati i costruttori di pace a Sarajevo alla marcia contro la guerra nell’ex Jugoslavia: sempre barricadero con il suo immancabile basco rosso, e pronto ad azioni spesso azzardate. Partecipò anche al digiuno a staffetta organizzato nella nostra città.

Ebbe anche esperienze istituzionali, eletto in consiglio comunale nel 2002 con il simbolo del Sole che ride durante l’amministrazione Zanotto di centrosinistra, dove spesso creava grattacapi alla sua stessa maggioranza, e poi consigliere in prima circoscrizione. Ha sempre rivendicato le sue origini proletarie e il suo antifascismo, esplicato fino alla fine come socio dell’Anpi, dell’Aned e dell’Istituto storico della Resistenza.

In sella alla sua bicicletta, immancabile a tutte le manifestazioni fino all’ultima di “Nonunadimeno” in occasione del recente congresso delle famiglie, sicuro che “a Verona, come nel mondo, al vento disumano che soffia sapremo rispondere con intelligenza cultura e con una ribellione creativa e gioiosa”.

È morto a 82 anni, malato da tempo. Chi gli è stato vicino almeno una volta ci ha litigato, lui eretico e polemico dove i suoi umori profondi e le passioni ideologiche hanno spesso prevalso sopra ogni cautela o considerazione di opportunità politica. Ma è sempre stato dalla parte delle vittime in tutto il mondo.

Al funerale, insieme religioso e laico, la chiesa di San Tomaso Cantuariense era piena, al centro c’era la bara in legno chiaro, con un fregio di rose rosse e la sciarpa arcobaleno. È stata una liturgia della Parola, con letture sacre, le poesie di Turoldo, e una canzone che piaceva a Giorgio. Compromesso accettabile, per un uomo “in ricerca costante”: nell’ultimo periodo lo si vedeva spesso partecipare alla messa e poi riposare sulle panchine fuori la chiesa a salutare.

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