Aia, il pollo resta fordista - di Frida Nacinovich

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Se esistono ancora fabbriche fordiste, dove la produzione è tutta interna allo stabilimento, con ritmi di lavoro che ricordano l’immortale Charlie Chaplin di ‘Tempi moderni’, l’Agricola Tre Valli può a buon diritto essere considerata una di queste. Di proprietà del colosso agroalimentare Aia, la società cooperativa solo in provincia di Verona ha tre stabilimenti (San Martino Buon Albergo, Nogarole Rocca, Santa Maria di Zevio), e più di cinquemila addetti diretti. Che arrivano a settemila se si contano anche le fabbriche di Villa Ganzerla nel vicentino, Vazzola nel trevigiano, e San Giorgio in Bosco in provincia di Padova.

Sono le gemme di una corona che fa dell’Agricola Italiana Alimentare (l’acronimo è, appunto, Aia) un’azienda leader del settore, con fatturato annuo vicino ai tre miliardi di euro, e lavorazioni assortite di vari tipi di carne, in primis pollame ma anche carne suina, bovina e ovina, oltre naturalmente alla vendita delle uova. Sulle tavole di ogni famiglia italiana sono finiti prima o poi i prodotti Aia, che piacciono ai grandi e soprattutto ai piccini, attratti dalle appetitose cotolette di pollo, le spinacine, i CordonBleu, le milanesi, le alette, i würstel. Un autentico festival di piatti già pronti, solo da mettere in forno (o in padella), di facile e soprattutto veloce preparazione.

“Partiamo presto la mattina - racconta Vlado Lukic, che lavora in Aia a San Martino - alle 5,30 lo stabilimento è già in funzione. C’è chi si alza ben prima dell’alba”. In un mondo in cui soprattutto le giovani generazioni non hanno cognizione di quanto lavoro ci sia dietro un prodotto finito, sia esso tecnologico, di abbigliamento o, appunto, alimentare, può fare effetto trovarsi all’interno di stabilimenti dove, a ciclo quasi continuo, gli animali nascono, crescono e muoiono, per soddisfare le esigenze e gli appetiti dell’animale uomo.

Lukic è impegnato nel reparto impacchettamento, lì dove il prodotto finito diventa pronto per essere distribuito nei negozi, nelle botteghe e nei punti vendita della grande distribuzione organizzata. “Lavoriamo a una temperatura di 10, 12 gradi al massimo. Ci arrivavano flussi di aria gelata sulla testa, abbiamo protestato, rischiavamo di ammalarci. Oggi la situazione è un po’ migliorata. Trattiamo carni quasi congelate, abbiamo dovuto battagliare anche per avere guanti idonei”. Nel reparto dove si tagliano i polli lavorano in ben 650, su due turni. “A San Martino, nel complesso, siamo più di duemila”.

Sorridendo, Lukic racconta che non è un lavoro per tutti. “Arrivò un collega bravo ma vegano, ha resistito pochi giorni, poi è andato via”. Lui, delegato Flai Cgil, eletto nella Rsu, è in Aia da nove anni. “Sono un rompiscatole - dice ancora con un’espressione complice - dopo aver aderito a qualche sciopero mi hanno mandato al reparto macellazione, in punizione. Lì non fa troppo freddo, in compenso ti tocca intervenire quando i macchinari si inceppano”. Non chiediamo dettagli, li immaginiamo facilmente. L’ambiente lavorativo è però ‘pulito’, con effetti collaterali ridotti al minimo. “Dopo nove anni, ancora mi capita di mangiare würstel di pollo”. I numeri delle lavorazioni fanno impressione, si parla di quasi cento polli al giorno per ciascun addetto, 170 mila pennuti ogni 24 ore. I ritmi sono frenetici, da catena di montaggio, la lentezza può diventare un problema per i compagni.

Nonostante l’anzianità di servizio quasi decennale, Lukic è contrattualmente ancora un avventizio. “Qui funziona così - spiega - sono comunque garantite 180 giornate di lavoro l’anno. Ci sono colleghi che, spinti dalla necessità di portare a casa gli straordinari, finiscono per lavorarne fino a 300. Diciamolo, il lavoro non manca. Siamo una delle poche aziende dove succede di litigare per lavorare un po’ meno e avere più tempo libero. Si guadagna discretamente, impegnandosi parecchio si può arrivare a 1.700 euro al mese. Personalmente non rinuncio alle ferie, sono croato e ad agosto per due settimane torno a casa”. Non si vive di solo pane, ci vogliono anche le rose.

In Aia, come in molte aziende, si arriva prevalentemente con il passa parola. “Ci sono intere famiglie che lavorano qua, anche quattro componenti su cinque. Insomma la nostra è una piccola multinazionale gestita da contadini, che inizia dai capannoni con i polli e finisce nello scaffale del supermercato”. Lukic parla da operaio esperto, eppure non ha nemmeno trent’anni. “La Flai Cgil, appena confermata primo sindacato alle elezioni della Rsu, dà una gran mano agli avventizi che devono accedere a tutta una serie di servizi legati alla loro condizione lavorativa, periodi di disoccupazione, cassa malattie, ecc. E allora non è un paradosso che la maggior parte dei nostri iscritti siano dei precari”. Uomini e donne, di cinquantaquattro etnie diverse, impegnati fianco a fianco per ore e ore, costretti per necessità a capirsi al volo. “Ci sono cinesi, sudamericani, anche tedeschi. Dopo New York, il luogo più multiculturale al mondo è Aia”..

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