La Carta dei diritti per ripristinare la Costituzione nel lavoro - di Gabriella Del Rosso

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All’università il professor La Pira ripeteva spesso che l’ordinamento giuridico è come la grande costruzione di un architetto geniale, per la vastità e la complessità in cui sono collocate le norme che abbracciano tutti gli aspetti della vita umana. Era il 1972, e per il diritto del lavoro erano anni cruciali: nel 1970 lo Statuto dei lavoratori, nel 1973 il nuovo processo del lavoro.

Altre leggi si erano succedute per attuare i precetti costituzionali, a partire dall’articolo 1: “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, e dagli articoli 2 e 3, imponendo i principi di uguaglianza sostanziale del cittadino, sia come singolo che nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. Quindi la Repubblica doveva rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese. Infine l’articolo 4 stabilisce che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro, e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

A partire dalla fine degli anni ’90 però dalla casa del diritto del lavoro sono stati tolti molti elementi portanti: la grande costruzione è divenuta “sbilenca”, con l’abbattimento di diritti che avevano realizzato i precetti costituzionali. Soprattutto questa casa non contiene più tutti i lavoratori: tanti ne sono esclusi, spesso i più sfruttati.

Negli ultimi dieci anni la forbice della diseguaglianza si è oltremodo dilatata, i poveri sono diventati più poveri, il ceto medio è in caduta libera, i ricchi sono diventati più ricchi. La disoccupazione, il lavoro nero, il precariato dilagano, spesso innescando una malsana competitività fra gli stessi lavoratori. Siamo di fronte, in sostanza, alla “guerra tra poveri”, di cui possono beneficiare le forze datoriali, già oggetto di privilegi tramite finanziamenti, sgravi, libertà di incrementare il precariato nelle aziende (cioè di ricattare in molteplici modi i dipendenti), di licenziare senza troppi rischi con motivazioni pretestuose o addirittura insussistenti.

La punta di diamante della nuova politica del lavoro è il jobs act (marzo 2015) che, contrariamente a quanto si fa credere, non è un sostantivo, ma un acronimo: “Jumpstart our business startaps act”, una legge statunitense del 2011 emanata per finanziare le piccole imprese. Tradotto in italiano non ha alcuna rispondenza con i contenuti del Decreto legislativo 23/2015 che, come obiettivo primario, ha quello di esaltare il primo comma dell’articolo 41 della Costituzione: “L’iniziativa privata è libera”, facendosi beffa del secondo e terzo comma, ove si precisa che “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”; “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

Siamo oggi lontani anni luce dal mondo del lavoro preconizzato dalla Carta costituzionale, e regolamentato negli anni dal ’70 al ’90, quando fiumi di giurisprudenza di merito e di legittimità affermavano che la subordinazione del lavoratore doveva essere salvaguardata dalla lesione non solo dei diritti, ma anche e soprattutto della dignità umana nel contesto lavorativo, sia dal punto di vista individuale che collettivo.

Gustavo Zagrebelsky, già presidente della Consulta, scrive: “Che cosa importa la democrazia se non è garantito un lavoro che permetta di affrontare i giorni della vita, propri e dei propri figli, e di affrontarli con un minimo di tranquillità? La democrazia non è solo questione di regole formali, ma di condizioni materiali dell’esistenza, come dice l’articolo 3 della Costituzione. Il lavoro è la prima di queste condizioni materiali”.

Però il mondo del lavoro, rispetto ai principi e alle leggi degli anni ’70 -’90, “ha cominciato a trasformarsi sempre più vorticosamente, e le sue regole sono state riviste in maniera incalzante, quasi compulsiva, ma senza il sostegno di una cultura adeguata, con leggi ed interventi anche giurisprudenziali, disordinati, confusi, spesso contraddittori”. Così Pietro Curzio, giudice del lavoro, al convegno “Lavoro e dignità della persona” del Centro nazionale di studi di diritto del lavoro Domenico Napolitano, a Bari il 7 e l’8 giugno scorsi.

Risalta dunque la necessità di aggiornare gli strumenti di tutela, e la “Carta dei diritti universali del lavoro” elaborata dalla Cgil ne è un valido e autorevole strumento. Purtroppo, nell’attuale situazione politico-sociale, rischia di essere “vox clamantis in deserto”, se non si innescano rapidamente processi di cambiamento fondati sui valori della sinistra, pur con gli indispensabili aggiornamenti, dati gli stravolgimenti che l’economia, la finanza, le correnti politiche più retrive, hanno portato nel contesto sociale italiano ed europeo.

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