In Libano prosegue la rivolta - di Ez Nacim

Da quasi sette mesi il Libano è attraversato da nord a sud da un movimento di protesta antigovernativo che chiede le dimissioni dell’intero establishment politico, accusato di corruzione e clientelismo; la formazione di un governo tecnico che possa attuare riforme significative per consolidare lo Stato, nella gestione della crisi economica; e infine nuove elezioni.

Nel mese appena trascorso, in coincidenza del Ramadan, le proteste si sono rilanciate soprattutto per l’aggravarsi della crisi economica che il Paese sta affrontando in maniera disgregata e scoordinata, riflettendo i limiti di un sistema settario e clientelare, dove ogni partito o movimento politico cerca in primis il proprio interesse comunitario.

A causa dell’inattività politica del dimissionario governo Hariri II e delle difficoltà del nuovo governo Diab, sostenuto principalmente dalla coalizione Amal-Hezbollah-Cpl ma osteggiato da quasi tutte le principali forze politiche del Paese, quali il Movimento del Futuro (Hariri), le Forze Libanesi (Geagea) o il Psp (Partito Socialista Progressista- Jumblatt), la crisi economica è peggiorata in maniera significativa, con una caduta progressiva e inarrestabile.

L’inasprirsi della crisi economica è stato segnato da alcune tappe importanti. Dopo alcuni giorni dall’inizio delle proteste, il 17 ottobre, le banche hanno deciso di chiudere le loro filiali nel Paese. Alla loro riapertura si è verificata una consistente crisi di liquidità. Il sospetto diffuso è che nei giorni di chiusura, a discapito dei piccoli correntisti, diversi appartenenti alla classe politica siano riusciti a portare all’estero ingenti somme di denaro, svuotando i depositi delle banche. Con un potere giudiziario estremamente dipendente da quello politico, ad oggi purtroppo non si riesce a verificare la veridicità del fatto attraverso un’inchiesta indipendente. Alcuni giorni fa è stata approvata una legge per alleggerire il segreto bancario, ma per adesso la sua attuazione sembra ancora lontana.

Essendo il Libano uno Stato a “doppia moneta”, la lira libanese (Lbp) e/o il dollaro, le banche, per rispondere alla mancanza di liquidità, alla riapertura di novembre e nei mesi successivi hanno imposto forti limitazioni alla libertà di accesso ai conti correnti: bloccata la possibilità di eseguire bonifici verso paesi esteri, e tetti mensili di ritiro in dollari. Poi lentamente c’è stata l’introduzione di misure restrittive settimanali, concedendo di ritirare prima 300, poi 200 dollari, finendo per permettere il solo ritiro di Lbp al tasso di cambio ufficiale.

Proprio sul tasso di cambio passa un’ulteriore fase della crisi economica. Infatti dalla nomina di Diab come primo ministro il tasso di cambio della moneta locale sul dollaro ha iniziato a fluttuare, diventando con il passare delle settimane estremamente volatile. Né il governo Diab né il presidente della Banca centrale libanese sono riusciti ad imporre al sindacato dei negozi di cambio autorizzati il rispetto di un tasso calmierato sostenibile per la popolazione. Perciò, mentre il tasso di cambio ufficiale restava bloccato su 1.507 Lbp per un dollaro, al mercato nero si è iniziato a scambiare progressivamente a 2.000 Lbp, poi 3.000 Lbp, fino a sfondare quota 4.000 attestandosi su 4.200 Lbp, scatenando la collera e la rabbia delle persone che si sono riversate in strada. Moltissime persone ricevono ancora oggi lo stipendio in dollari, e hanno conti correnti in almeno tre diverse valute, quindi un tasso di cambio bloccato con restrizioni all’accesso ai propri risparmi crea una bolla pericolosa, mettendo sul lastrico centinaia di persone.

I problemi non si fermano qui: il Libano è un paese che importa la quasi totalità del suo fabbisogno energetico e alimentare, nel Paese si produce pochissimo, e tutte le importazioni si pagano in dollari. La combinazione di questi elementi ha provocato una caduta del potere di acquisto della popolazione, i prezzi dei prodotti sono aumentati tra il 30% e il 55%, e fonti statali confermano che quasi il 45% della popolazione è attualmente al di sotto della soglia di povertà. Nella percentuale non si considerano i palestinesi, né i siriani e i migranti, perché loro al limite della soglia di povertà e della sopravvivenza, in un limbo sospeso tra razzismo e discriminazione, ci vivono quotidianamente, crisi economica o no.

La reazione, più che scontata, della popolazione alla situazione in caduta libera è stata di scendere in piazza e nelle strade, nonostante le restrizioni contro il Covid-19, provocando una nuova fiammata di manifestazioni e proteste che si sono diffuse un po’ ovunque, ma che hanno avuto come epicentro la città di Tripoli. Benché sia la seconda città del Paese e un porto commerciale, è stata abbandonata a se stessa dalla classe politica e comunitaria di riferimento, la disoccupazione tocca picchi del 60%, e alcuni quartieri della banlieue, dopo gli scontri del 2014, vivono una tregua permanente di un conflitto mai spento.

Proprio qui tra il 27 aprile e il 4 maggio, nelle strade della ‘sposa della rivoluzione’, soprannominata così nei primi mesi della rivolta di ottobre, si sono riversati migliaia di giovani in collera e affamati dalla crisi. Il bersaglio principale dei manifestanti sono state le filiali delle banche locali, espressione fisica di un potere e di un benessere sistematicamente negato, molte sono state assaltate e date alle fiamme. In altre città del Paese si sono invece limitati ad attaccare gli Atm a colpi di molotov. In particolar modo a Saida i tentativi incendiari hanno avuto per bersaglio la filiale della banca centrale libanese per quattro notti consecutive.

L’esercito libanese ha represso con la forza le proteste, lasciando intravedere un cambiamento nell’attitudine tenuta fino a quel momento nei confronti dei manifestanti. Il 28 aprile, a Tripoli, contro i manifestanti sono stati sparati anche veri proiettili, lasciando sull’asfalto di piazza al-Nour un morto e diversi feriti. Sembra una pura coincidenza che il ventiseienne ucciso fosse il fratello di una nota attivista del movimento di protesta pacifista e anticapitalista. Dall’inizio della ‘thawra’ di ottobre 2019 è il quarto morto ufficiale, ma il primo ucciso durante un corteo da parte dell’esercito.

Nelle molteplici manifestazioni organizzate nei giorni successivi, diversi attivisti sono stati arrestati e trattenuti per ore in commissariato. Al momento del rilascio alcuni di loro si sono dovuti recare in ospedale e molti hanno denunciato violenze sistematiche e torture, in particolare con la pratica dell’elettroshock.

Mentre la reazione popolare ha cercato di farsi largo nelle strade, il governo Diab ha continuato sornione nella redazione del piano di salvataggio e di riforme economiche. Nel mese di maggio ha approvato un piano di riforma economica, presentando inoltre richiesta di aiuto al Fondo monetario internazionale, già sdoganato da molteplici forze politiche. Da parte sua il Fmi ha confermato il suo interesse per la riforma economica del governo, e la sua intenzione di voler sostenere il Paese con un prestito da diversi miliardi di dollari. Attualmente questa sembra l’unica soluzione percorribile, ossia iniettare denaro contante nelle vene del sistema bancario e finanziario nazionale, ormai allo stremo dopo l’abbandono dei vari alleati regionali, con una riforma al sapore di austerity, specialità del Fmi.

In questo quadro triste e sconsolante, la nota mediamente positiva è stata la capacità di risposta del governo alla diffusione del coronavirus. Essendo uno stato ultra-liberista le risorse a disposizione erano scarse, ma grazie all’elemosina di alcuni Paesi come Francia e Cina, che hanno inviato diverse tonnellate di aiuti, e grazie alla capacità di coordinamento con la sezione regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità, sono state applicate sin da subito misure restrittive, come la chiusura delle scuole, dei luoghi pubblici e di aggregazione fino ad arrivare a stabilire un lockdown con tanto di coprifuoco fino al 7 giugno, limitando la diffusione del virus e flettendo la curva dei contagi, distribuendola nel tempo.

Vista la situazione economica, questo risultato ha il sapore di una vittoria di Pirro. Come in molti altri Paesi, la crisi economica post-virus potrebbe essere peggiore del virus stesso. Per un paese che il 9 marzo scorso ha dichiarato il default, con un sistema economico puramente ultra-liberista basato sulla finanza piuttosto che sulla produzione sia essa agricola o industriale, sarà difficilissimo alleviare le difficoltà della popolazione nella sua totalità.

Le prospettive future non sono rosee, a maggior ragione se, mentre la crisi sta devastando la popolazione locale, rifugiata e migrante, la classe politica sembra sorda e spersa tra equilibrismi dettati da accordi anacronistici, totalmente impreparata ad affrontare una crisi politica, economica e sanitaria di queste dimensioni. Alcuni partiti, ancora oggi, cercano di riprodurre e mantenere dinamiche clientelari. Incuranti dello slogan, “kullun yani kullun”, “tutti significa tutti”, hanno cercato e cercano spudoratamente di riprendere e manipolare le proteste e le manifestazioni, riutilizzando il subdolo metodo dell’affiliazione comunitaria e partitica, oppure distribuendo aiuti solo ai propri sostenitori, utilizzando quella macchina mediatica e propagandistica rodata negli anni del post-guerra.

È la popolazione a pagare la crisi, e in molti attendono già la chiamata al famoso “ulteriore sforzo” per risollevare la situazione. Ritengo che non sia stata pronunciata ancora l’ultima parola, e non bisogna sottovalutare la forza e la resistenza che la popolazione, libanese e non, ha sviluppato con il passare del tempo e degli anni: saranno loro, e non la classe dirigente, a concludere questa fase storica che il Paese sta attraversando.

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