Europa: diamo fondo al Fondo - di Roberto Musacchio

Alla fine la proposta c’è. Ursula Von der Leyen ha mantenuto l’impegno e ha presentato il progetto di Recovery fund (che è divenuto ‘Ue next generation’). Nel gioco dei quattro fondi, questo è quello che per natura e dimensioni più assomiglia a un “normale” intervento di una “normale” unione politica. E si spera che il Mes (molto sponsorizzato solo in Italia) finisca in soffitta. Magari sciolto per recuperare soldi. Poi, siccome la Ue non è una normale unione politica ma una sorta di costruzione medievale, il cammino sarà complicato e il contesto resta ostico.

Siamo di fronte sostanzialmente a un fondo che allarga lo striminzito bilancio europeo, e si alloca secondo i criteri dello stesso bilancio. Cioè con una spesa condivisa, e che si distribuisce secondo priorità. L’allargamento è fatto anche a debito, con titoli comuni intestati e garantiti dalla Commissione europea e con prime forme di fiscalità europea, in particolare sull’ambiente.

Le priorità di spesa sono per la salute, l’economia verde e digitale. Ci sono sovvenzioni e prestiti. Questi ultimi da ammortizzare nei bilanci poliennali tra 7 e 30 anni. I soldi non sono tantissimi, fin qui meno di quanto richiesto dal Parlamento europeo. Funzionando sostanzialmente come il bilancio europeo, tra il mettere e l’avere ci sarà per l’Italia un attivo probabilmente intorno ai 20/30 miliardi, ma si può crescere a 40/50 a seconda di come saranno le quote tra sussidi e prestiti, e i tempi di reimmissione nei bilanci. Le condizionalità sono quelle legate alle priorità indicate, e agli indirizzi del semestre europeo in materia di sburocratizzazione e altre riforme come sulla giustizia.

L’approvazione è complicata, anche se arriva il semestre di presidenza tedesca e Merkel, tornata forte in patria, appare aver scelto la via europea alla situazione di crisi globale post Covid. Il contesto è gravato dalla permanenza delle regole del semestre europeo, e dal Patto di stabilità che è solo sospeso. Inoltre l’ipoteca della sentenza della Corte costituzionale tedesca sulla Bce permane. Ed è un punto cardine, perché il peso economico maggiore resta sulle spalle della Bce. Ma la situazione si è mossa, e sarebbe sbagliato non vederlo, e ancora di più stare a guardare.

Che fare dunque? Entrare nella trattativa e nel merito. Che non può essere tra Stati e governance. Che dice la politica? Ad esempio i socialisti europei, che esprimono i presidenti del Consiglio di due Paesi che si oppongono, e cioè Svezia e Danimarca? E i Verdi, che sono al governo in Austria e Svezia? Devono entrare in campo i sindacati e i movimenti sociali.

In discussione ci sono l’assetto e le scelte concrete. Serve che la Ue diventi finalmente una normale unione politica democratica. Rompendo la gabbia di Maastricht che ormai è un ferro vecchio. Facendo comandare la democrazia e la politica. Riformando la Bce affinché sia come la Federal Reserve americana. Per altro è evidente che il grosso del sostegno economico, come dicevo, continuerà a pesare sulla Bce, e anzi sarebbe necessario che esso si trasformasse in un vero grande fondo per i cittadini, come proposto dal partito della Sinistra europea.

Ma la normalità serve a fare scelte politiche diverse. L’idea di Europa come concorrenza di mercato interno è finita con la crisi, anzi le crisi degli ultimi 12 anni. E l’idea che mercato e privato governino la complessità ormai sprofonda. Occorre reinventare una diversa globalizzazione, che passa per elementi strutturali come l’ambiente, la sicurezza e la riduzione delle disuguaglianze. E per farlo servono pubblico e politica. Solo Confindustria può pensare che l’Italia possa ripartire riproponendo la centralità del modello della Pianura padana, come integrazione subalterna al modello ordoliberista a egemonia tedesca.

Ora più che mai sarebbe necessario avere una vera piattaforma sul tema della ricostruzione. Se i soldi che arrivano vanno alle imprese per il vecchio sistema, non ci sarà ricostruzione. E chi pensa di usarli per abbassare le tasse dice una cosa inaccettabile, in sé e per le stesse regole europee.

Al contrario servono nuove scelte. Risanamento ambientale. Conversione ecologica delle produzioni. Centralità al meridione. Servizi pubblici. Sanità pubblica. Patrimoniale. Reddito di base generalizzato. Stop alla autonomia differenziata. I temi non sono difficili da individuare. Quello che serve è agirli con la forza necessaria.

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