Infermieri nella Lombardia del virus, stress e contagi - di Frida Nacinovich

Se esiste un luogo per raccontare la pandemia, è qui sulla via Emilia, a un tiro di schioppo da Milano. L’Azienda socio sanitaria territoriale di Melegnano e della Martesana, colosso del sud est milanese, è stato trasformata dalla fine di febbraio in un vero e proprio ‘presidio Covid ’. Anche in queste zone, come nel resto della Lombardia, il virus ha colpito con violenza. Ne sa qualcosa Emiliano Zambarbieri, cinquant’anni di cui venticinque passati a lavorare in ospedale, come infermiere nel reparto di psichiatria. “L’ho preso anche io - racconta - a metà marzo sono stato dieci giorni a casa con un’influenza pesantissima. Ho subito chiesto che mi venisse fatto il tampone. Niente da fare, non rientravo nei parametri. Insomma, non ero sufficientemente grave. Solo ad aprile mi hanno finalmente fatto il tampone. Sono risultato negativo, ma in seguito ho fatto il test sierologico e lì si è visto che avevo avuto il virus”.

Quello di Zambarbieri non è un caso isolato, anzi. Li hanno chiamati ‘angeli delle corsie’, i ‘nostri eroi’, in realtà sono medici e infermieri che, per far bene il loro lavoro, hanno pagato un prezzo altissimo all’epidemia. “Per paura di carenze di organico, nelle settimane più terribili dal punto di vista epidemiologico sono stati fatti pochi tamponi. È andata a finire che abbiamo lavorato fianco a fianco, contagiati e non contagiati. Fortunatamente non ci sono state vittime fra noi operatori, ma tanti sono stati male, alcuni molto male, parecchi sono finiti in rianimazione. Alla resa dei conti il numero dei contagiati ha superato le 250 unità. E visto il tampone negativo, io in questa lista ancora non ci sono”.

Da un giorno all’altro Zambarbieri si è trovato davanti a un’autentica rivoluzione: “L’ospedale ha cambiato volto. L’attività chirurgica è stata sospesa, l’intero reparto trasformato in ‘reparto Covid’, i posti di rianimazione sono passati da cinque a diciassette”. Per forza di cose, negli ospedali il contagio si è diffuso. “Non eravamo preparati ad affrontare un’emergenza di questo tipo, mancavano le competenze specifiche di chi abitualmente lavora nei reparti delle malattie infettive. Secondo me i colleghi che lavorano in prima linea nei posti più caldi del pianeta, penso ad Emergency e a Medici senza frontiere, hanno un’esperienza che ancora a molti di noi manca. Penso alle tecniche specifiche di vestizione e svestizione, a tutte le accortezze che magari avrebbero potuto evitare qualche contagio. Nelle settimane più dure il numero dei ricoverati continuava a crescere, e non c’erano più posti letto per accogliere nuovi pazienti”.

Il presidio ospedaliero dove lavora Zambarbieri fa parte dell’Asst di Melegnano e della Martesana, 2.700 dipendenti con più di 1.000 infermieri. “La Regione Lombardia ha deciso che anche il mio reparto, quello psichiatrico, dovesse accogliere pazienti Covid. Noi invece pensavamo che un paziente psichiatrico contagiato avrebbe dovuto essere ricoverato insieme a tutti gli altri colpiti dal virus. A proposito, il mio reparto è particolare, fra i pochi in Lombardia che non praticano la contenzione. Noi pensiamo, nel solco della lezione di Basaglia, che legare un paziente al letto sia lesivo della sua dignità di persona”.

Oltre a essere infermiere Zambarbieri è anche un delegato sindacale della Cgil, Funzione pubblica. “È stato un brutto periodo anche sotto il profilo della democrazia. Si è parlato di guerra, di eroi, ma intanto in nome dell’emergenza non si sono rispettati i diritti dei lavoratori”. Non chiamatelo eroe, perché Zambarbieri non si sente un eroe. “Faccio semplicemente il mio lavoro, credo di farlo bene, mi considero un bravo professionista”. Un lavoro tornato centrale agli occhi della collettività, un riconoscimento che per troppo tempo era stato dimenticato dalle italiane e dagli italiani.

Forte di una lunga esperienza Zambarbieri ha notato come nella fase più acuta del virus i pazienti psichiatrici preferissero restare chiusi in casa. “Qui avevamo solo i più gravi. Adesso invece c’è un’esplosione di ricoveri, tornano persone che non si vedevano da anni. L’isolamento ha creato disturbi postraumatici da stress. Anche fra noi infermieri, soprattutto quelli che hanno lavorato nelle terapie intensive, ci sono stati casi di veri e propri crolli emotivi. Vivere quotidianamente a contatto con pazienti che rischiano la vita alla lunga diventa scioccante, intubare una persona senza poter sapere se potrà guarire è un’esperienza che segna”.

I numeri del contagio sembrano diminuire, anche se la Lombardia si conferma la regione più colpita del Paese, ma l’allerta rimane. “Ci hanno dato indicazione di non saturare i reparti, e di tenere a disposizione un 30% di posti letto per eventuali recrudescenze del virus”. Non si può dire che in Lombardia sia andato tutto bene, sotto più di un aspetto. “La sanità regionale si è trovata in difficoltà, è innegabile. E i responsabili hanno nomi e cognomi”.

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