Dalle disuguaglianze a un nuovo progetto di vita e di welfare - di Donatella Ingrillì

La cifra di questo periodo di lockdown è stata per me la “dedizione”, in alcune delle sue diverse accezioni, pratiche, evocazioni. Il primo passo è stato guardarsi dentro. Ho attraversato una tempesta perfetta, tra silenzi assordanti quali il pensiero che rimaneva anch’esso chiuso, rinunciando quasi a divenire parola, e le grida silenti di immagini che si prendevano macabro gioco di qualunque altra umana realtà possibile. La vita frenetica subiva una brusca frenata e si fermava, costringendomi a fare i conti con il tempo senza tempo. Così mi sono dedicata ed ho scelto come compagna di viaggio una bilancia, sulla quale appoggiare i pesi che avevo lasciato da parte, dimenticandone l’importanza. Me stessa, i miei affetti più cari, la “mia gente” nel lavoro che non ho smesso di cercare e che non ha smesso di cercarmi, il teatro, le mie passioni più profonde, la paura della vita. A questi pesi ho dato campo libero e li ho difesi e protetti dal vuoto e dal dolore, rispondendo con l’amore. Ho tessuto un robusto filo di solidarietà. La bilancia e i pesi sono ancora al mio fianco oggi, contro un mondo fuori che sembra non aver capito la lezione, sottomesso all’alea di una falsa immortalità, funzionale solo al potere economico e politico.

Il secondo passo ha riguardato il mondo esterno visto dalla “finestra”, dal computer, dalle video chiamate e dalle drammatiche telefonate di chi non aveva più niente e era ancora più invisibile di prima. L’impegno sindacale non si è interrotto e lo smart working mi ha costretta a guardare, oltre la fretta, dentro le tutele individuali e collettive, più nel dettaglio alle “cose”, alle cosiddette categorie sociali che altro non sono che uomini e donne.

Noi gestiamo giornalmente le “disuguaglianze” e ne registriamo il progressivo aumento, le combattiamo e ne contrattiamo vie d’uscita, correttivi, giustizia sociale. Questo lockdown mi ha costretta a guardare la profondità di queste disuguaglianze e la loro continua riproduzione da parte chi si ritrova protetto dallo scudo di classe dirigente, politica, finanziaria, economica.

Nella lettura dei decreti Covid19, nelle dichiarazioni programmatiche della nuova e liberista Confindustria, nella inconsistenza politica dell’Europa, nel welfare distrutto progressivamente prima della pandemia, non ho potuto che constatare come siano state smantellate le tutele sociali della sfera del cosiddetto “riproduttivo”, barattate con interventi “caritatevoli”, falsi provvedimenti su salute e povertà, utili solo ad indebolire i diritti dei bisogni reali delle persone. Pochi “beni meritori”, grande spazio al controllo economico e finanziario. Se la civiltà di un Paese si misura dal livello del proprio welfare, abbiamo lasciato il metro nelle mani delle persone sbagliate.

Che fine hanno fatto la “territorializzazione della sanità”, il sistema integrato dei servizi socio-sanitari, il principio di comunità ed inclusione, al centro delle migliori leggi di riforma che l’Italia abbia mai avuto, a partire da quella sanitaria per finire alla 328 del 2000? Quest’ultima legge di iniziativa popolare scritta dalla Cgil, unitariamente e con il sostegno della parte migliore della società civile e di una sinistra ancora viva e non subalterna al neoliberismo.

E ancora, sul versante delle tutele sociali individuali, dove sono rimasti sepolti i diritti dei più deboli, dei tanti che sono costretti a vivere con una misera pensione di invalidità che sfiora i 300 euro? Non adeguata al minimo solo perché abbiamo il vincolo di redditi coniugali non più adatti al livello di impoverimento reale, dove persino la classe media, impiegati, insegnanti è considerata povera, figurarsi gli operai...

È possibile mantenere il rapporto di un minimo benessere rapportandolo alla pensione al minimo? Quel minimo non è più sufficiente e non può più essere la misura del diritto ad una vita e ad un reddito dignitosi.

Ho fatto solo qualche esempio. Chi, come i sindacalisti dell’Inca, affronta quotidianamente le assurdità di diritti degradati ed inadeguati, sa quante situazioni limite si incontrano, frutto di una legislazione miope, produttivistica ed economicistica, da riscrivere guardando al mondo reale, di chi è costretto a rinunciare persino a curarsi.

La Cgil, in tutte le sue articolazioni, generali, di categoria, Inca e Servizi, deve riprendere in mano il timone, ripartire dal territorio, dalla salute, dalle piattaforme sociali, dalle riforme normative sulle tutele individuali e collettive, riscrivendo il sistema di welfare, promuovendo nel Paese una formidabile vertenzialità orizzontale e verticale, fatta di proposte normative e di contrattazione sociale territoriale che si intrecci con quella del lavoro e produttiva, avendo come obiettivo primario il benessere, uno stato sociale adeguato, forte e giusto. Lo dobbiamo alla “nostra gente”, a noi stessi, e ai principi fondanti del nostro Statuto.

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