Gli omicidi su video, contro violenze e ipocrisie - di Riccardo Chiari

Le manifestazioni di Black Lives Matter continuano in tutti gli Stati Uniti e si stanno allargando al resto del mondo. Le proteste per l’omicidio di George Floyd, soffocato a Minneapolis in Minnesota da un poliziotto che gli ha tenuto un ginocchio premuto sul collo per quasi dieci minuti, si sono accese grazie alla tecnologia, sotto forma di un filmato girato con uno smartphone che riprende la morte in diretta di Floyd, afroamericano, 46 anni.

Anche nel caso di Manuel Ellis, afroamericano, 33 anni, ucciso nel marzo scorso a Tacoma durante l’arresto, un video girato sempre con uno smartphone documenta gli agenti di polizia che lo picchiano dopo averlo schiacciato a terra e ammanettato sul ciglio di una strada. Dopo la diffusione del filmato, dai familiari della vittima, morta per asfissia, è stata posta una domanda, non retorica, che è un atto d’accusa. E al tempo stesso indica l’unico possibile antidoto a queste violenze illegali da parte delle forze di polizia: “Perché ci vuole sempre un video per far convincere la gente che la vita di una persona nera è stata tolta in modo ingiusto?”.

Filmare, riprendere, documentare. Solo così il “non riesco a respirare” di Floyd, di Ellis, e di tanti altri casi del genere (non soltanto negli Usa) può rompere il muro dell’ipocrisia. Quella ipocrisia che ha portato, per esempio, all’ostracismo nei confronti del giocatore di football americano Colin Kaepernick, il primo ad inginocchiarsi nel 2016, durante l’esecuzione dell’inno nazionale, per protestare contro le brutalità poliziesche. Ora la National Football League fa marcia indietro, ammette di avere sbagliato. Ma intanto nessuno renderà quei quattro anni a Kaepernick. E nessuno renderà la vita a Riccardo Magherini, che a Firenze – non negli Usa - fu ucciso anni fa nello stesso, identico modo, le cui grida disperate restano incancellabili nella mente di chi ha potuto ascoltarle. Grazie a un video. 

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