Lasciamoli affogare a casa loro - di Leopoldo Tartaglia

Il Consiglio europeo, diviso su tutto, unito solo contro migranti e Ong. 

Mentre il ministro dell’Interno rilancia da Pontida l’ennesimo attacco contro le Ong, che non vedranno più “neanche in cartolina” i porti italiani, e mentre tre navi umanitarie sono bloccate nel porto de La Valletta, nelle acque del Mediterraneo centrale si continua a morire nell’indifferenza di molta parte della popolazione italiana, schierata con chi promette che, chiudendo i porti e le vie di fuga ai migranti da soccorrere in mare, le condizioni di vita degli italiani potranno migliorare.

Si tratta di una tragica illusione. Semmai, il vero pericolo per tutti, oggi, viene dalla costituzione di un fronte sovranista e identitario europeo – vero vincitore dell’ultima riunione del Consiglio europeo - che vorrebbe cancellare lo stato di diritto e la democrazia rappresentativa. E già oggi attacca pesantemente i diritti umani e i diritti sociali e civili.

Si ripetono attacchi continui contro gli operatori umanitari e si rilancia la macchina del fango contro le Ong, accusate di tutti i possibili reati, per il solo fatto di salvare vite umane in mare. Si vogliono eliminare tutti i testimoni dell’ecatombe nel Mediterraneo.

La tragica conta dei morti, che si allunga giorno dopo giorno, deriva direttamente dalla eliminazione delle navi umanitarie e dall’arretramento di quelle militari italiane ed europee che in passato, anche se si verificavano terribili stragi, riuscivano a garantire interventi di soccorso più solleciti.

Anche l’Unhcr ha espresso la sua preoccupazione per la diminuzione della presenza di navi in grado di operare interventi di soccorso nelle acque del Mediterraneo centrale. Secondo l’Oim negli ultimi giorni sono annegate oltre 400 persone, una serie di stragi ignorate dall’opinione pubblica e nascoste dai politici. La strage quotidiana in mare rappresenta la cifra morale del governo Salvini-Di Maio.

Nelle prime settimane di insediamento del nuovo governo, e in vista del Consiglio europeo del 28-29 giugno scorsi, il ministero dell’Interno e quello delle Infrastrutture hanno disposto in modo informale la chiusura dei porti e il divieto di ingresso nelle acque territoriali per le navi delle Ong che avevano effettuato soccorsi nelle acque internazionali davanti alle coste libiche.

Così sono state ritardate le operazioni di sbarco di centinaia di persone, soccorse da unità militari (come la nave statunitense Trenton) o commerciali (come il cargo Alexander Maersk), che solo dopo lunghi giorni di attesa hanno potuto trasbordare i naufraghi che avevano a bordo e proseguire la loro rotta. Si sono trasferite le responsabilità di coordinamento dei soccorsi alle autorità libiche, ignorando le stesse dichiarazioni della Commissione Europea sulle condizioni disumane di detenzione dei migranti nei centri libici.

L’allontanamento delle Ong e la istituzione unilaterale di una zona “SAR” libica, oltre alla posizione di blocco imposto dalle autorità maltesi, riducono la presenza dei mezzi di soccorso nel Mediterraneo centrale, e hanno già comportato un aumento esponenziale delle vittime. La creazione fittizia di una zona “SAR” libica, che sembra sia stata notificata anche all’Oim, sta legittimando gli interventi più frequenti della Guardia costiera di Tripoli, che arriva a minacciare gli operatori umanitari impegnati negli interventi di soccorso in acque internazionali. Interventi di soccorso sempre monitorati dalle autorità militari italiane ed europee, che però non intervengono con la stessa tempestività del passato.

Dal Consiglio europeo è arrivato anche il supporto alla chiusura contro le Ong, anche se non si è tradotto in normative vincolanti. Tutte le politiche europee sull’immigrazione, anche i respingimenti, avverranno “su base volontaria”.

Contro la scelta di chiudere i porti e di interdire l’ingresso delle navi delle Ong nelle acque territoriali, sia per sbarcare naufraghi che per effettuare rifornimenti e cambi di equipaggio, occorre rilanciare una forte iniziativa sul piano sociale, politico e legale. Questo per affermare il diritto alla vita, un diritto incondizionato che non può essere piegato a finalità politiche, e battere quell’ondata di disinformazione, di indifferenza e di mal indirizzato rancore sociale che sta disintegrando il tessuto umano della nostra Repubblica, e la stessa Unione europea. Di fronte a tutto questo, la resistenza è un dovere.

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