Messico: un anno di presidenza Obrador tra violenze, riforme e ricatti Usa - di Vittorio Bonanni

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Ad un anno dalla vittoria elettorale di Andrés Manuel Lòpez Obrador (Amlo), insediatosi il primo dicembre alla Presidenza della Repubblica del Messico, è possibile fare un primo bilancio sull’operato di un uomo di sinistra chiamato a governare il paese probabilmente più problematico e violento di tutto il continente latino-americano, sia pure con una economia in crescita del 2% annuo.

Diverse le riforme attuate dal suo partito Movimiento regeneraciòn nacional (Morena) che detiene la maggioranza schiacciante nel Congresso – 308 deputati su 500 alla Camera e 68 su 128 al Senato - nell’ambito della coalizione “Juntos haremos historia” (Insieme faremo la storia). Riforme che non hanno trovato neanche un’adeguata opposizione perché i tre partiti che avversano il governo - lo storico Pri (Partido revolucionario istitucional), il Pan (Partido accion nacional) e il Prd (Partido de la revoluciòn democratica), quest’ultimo di sinistra e formazione di provenienza di Obrador - sono divisi tra di loro.

Una delle novità introdotte è una legge finalizzata a combattere la corruzione, modificando la normativa federale sulla retribuzione dei dipendenti pubblici, in modo che nessun funzionario prenda uno stipendio più alto del Presidente della Repubblica. Cancellato anche il condono sul pagamento delle tasse ai grandi contribuenti del paese, misura necessaria per combattere uno scenario assolutamente iniquo.

L’altro fronte è quello salariale. In Messico non esisteva una legge sul salario minimo che Obrador ha invece introdotto, finalizzata ad un graduale recupero del potere d’acquisto delle classi meno abbienti. In drastica rottura con il passato la riforma del lavoro si rifà a quanto auspicato dall’Organizzazione internazionale del lavoro. La normativa approvata dal nuovo governo avrebbe come obiettivo quello di creare un sistema di tutela per i lavoratori, spesso sottoposti a minacce e rappresaglie e impossibilitati dunque a far valere i propri diritti.

Come la sinistra brasiliana, con Lula e Roussef, anche Obrador ha nel cassetto un piano contro la povertà, con l’obiettivo di sottrarre all’indigenza venti milioni di persone. Altra riforma riguarda l’insegnamento e il mondo della scuola. Tema che sta particolarmente a cuore al Presidente. Sono stati modificati gli articoli 3, 31 e 73 della Costituzione. Il punto nevralgico ha riguardato l’abolizione dell’Inee (Instituto nacional para la evaluaciòn de la educaciòn), organismo voluto dal suo predecessore Peña Nieto per valutare le prestazioni degli insegnanti, e decidere la loro permanenza sul posto di lavoro. Con il rischio evidente di decisioni punitive e comunque frutto di libero arbitrio. Introdotte anche l’istruzione obbligatoria per la scuola superiore, e borse di studio per studenti con problemi economici.

Un punto nevralgico riguarda l’immigrazione. Ogni giorno migliaia di persone, uomini, donne e bambini, cercano di entrare negli Stati Uniti arrivando dall’America centrale e dallo stesso Messico. Il nuovo Presidente messicano aveva concesso ai migranti un visto umanitario di un anno per ricerca di lavoro. Ma a giugno le cose sono cambiate: Trump ha minacciato di introdurre dazi sulle merci messicane, se il suo omologo non avesse messo un freno all’arrivo di chi fugge da povertà e miseria. E così è stato. L’accordo tra Messico e Stati Uniti prevede l’invio della guardia nazionale al confine sud per bloccare i migranti, leggi più stringenti contro i trafficanti d’uomini, e che i messicani richiedenti asilo negli Usa aspettino in patria di essere ammessi. Trump ha minacciato apertamente il Messico di reintrodurre i dazi del 5% su 300 miliardi di dollari di merci messicane, qualora gli accordi non fossero rispettati.

A non far dormire sonni tranquilli ad Obrador c’è anche l’inaccettabile violenza che caratterizza lo scenario messicano. Sono decine di migliaia le vittime causate dallo scontro tra i cartelli della droga - che in alcune zone del paese hanno più potere delle forze dell’ordine - o dalla indiscriminata violenza di polizia e esercito. Il primo trimestre del 2019, sotto la sua presidenza, è stato il più violento in assoluto, con 8.737 morti, l’8,9% in più dello stesso periodo dello scorso anno, come riferito dal quotidiano di Città del Messico “El Universal”.

Per contrastare questo scenario il Congresso messicano ha approvato la creazione di una Guardia nazionale composta da 60mila elementi, sotto il controllo dell’autorità civile. L’altra decisione riguarda la rimozione dei militari dalle strade, un provvedimento che dovrebbe - il condizionale è d’obbligo - ridurre le violazioni dei diritti umani. Insomma, per Amlo, che intanto ha ricevuto minacce dirette dalla criminalità organizzata, la sfida è enorme. E la mancanza di risultati concreti in uno dei tanti fronti citati potrebbe ridurre l’ampio consenso che ha ricevuto al momento del voto.

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