Un muratore socialista tra primo novecento e fascismo - di Gian Marco Martignoni

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Orazio Cammarata, “Paolo Campi. Un muratore in parlamento”, pagine 371, euro 22, Macchione. 

Accompagnato da un ottimo apparato iconografico, il volume dello storico Orazio Cammarata “Paolo Campi. Un muratore in parlamento” (pagine 371, euro 22, Macchione) merita una nota per l’indubitabile capacità di restituire al lettore uno spaccato della accidentata e controversa storia nazionale, a partire dalle vicende legate al gallaratese e alla figura di un capopopolo di quel movimento operaio in costante ascesa durante i primi due decenni del ‘900. Un’ascesa brutalmente stroncata dalla violenta reazione fascista, ma che rimane una pagina epica di cosa abbia significato per tanti uomini e tante donne battersi coscientemente per il riscatto e l’emancipazione del proletariato.

Infatti Paolo Campi, dopo un’esperienza da emigrante in Alsazia, dove organizzò i connazionali nelle fila del sindacato tedesco, fu espulso per attività sovversiva. Tornato in Italia, grazie all’incontro con una donna dello spessore di Ines Oddone, insegnante, fondatrice del periodico “La donna socialista” e successivamente del settimanale “La lotta di classe”, moglie di Giovanni Bitelli, segretario della Camera del Lavoro di Gallarate, diventò da muratore uno degli attivisti che più si impegnò per il miglioramento delle condizioni di lavoro di una categoria che a quel tempo era organizzata in leghe.

Proprio in quegli anni di intensa militanza sindacale Campi conobbe e poi sposò Gennarina Panigo, una ragazza che aveva subito aderito al Partito Socialista, e grazie alle battaglie condotte all’interno di una fabbrica tessile aveva iniziato nel dopolavoro a frequentare assiduamente la sede della Camera del Lavoro. La crescita impressionante degli iscritti al sindacato e la nascita della Società di Mutuo Soccorso “Figli del lavoro” posero le basi per la costruzione della “Casa del proletariato”, attraverso una straordinaria sottoscrizione azionaria, sui terreni di via Palestro, con annesso un teatro di 500 posti.

Nel frattempo, mentre i lavoratori tessili conquistavano le otto ore di lavoro giornaliere, Paolo Campi, diventato prima segretario della Camera del Lavoro, fu eletto alla Camera dei deputati nelle fila del Partito Socialista, per poi assumere la carica di sindaco della città di Gallarate, affiancato nei suoi compiti dalla prestigiosa figura dell’avvocato Francesco Buffoni, assessore alla Pubblica istruzione.

La crisi della sinistra, con la scissione dei comunisti nel gennaio del 1921, si combinò con la crescita del malessere sociale scaturito dall’acuirsi della crisi economica, favorendo l’ascesa di consensi dei fascisti. Tanto che a Gallarate si costituì l’ “Intesa Fascista del Gallaratese”, capeggiata da Mario Brumana e Carlo Ravasio, che dopo aver alimentato le ronde nella città giunsero ad occupare il Broletto e ad esautorare l’amministrazione socialista. Nella conseguente tensione tra i social-comunisti e gli squadristi fascisti, dopo una sparatoria che coinvolse gravemente il Brumana, i fascisti organizzarono una rappresaglia contro la casa di Paolo Campi e successivamente dell’onorevole Franco Buffoni. Quindi si scagliarono, devastandoli, contro i locali della “Casa del Proletariato”, malmenando il Campi, che fortunosamente riuscì a rifugiarsi in una abitazione vicina.

La morte del Brumana, il funerale segnato dalla presenza di Benito Mussolini, i rinnovati assalti alla “Casa del Proletariato” costrinsero Campi a fuggire con la famiglia a Colonia, in Germania. Qui fu la moglie Gennarina a prendersi sulle spalle il peso della famiglia. Approfittando dell’espansione economica seguita all’ascesa al potere del partito nazista, aveva avviato un’attività di sartoria, per poi tentare la fortuna con l’apertura di una gelateria. Campi invece non si era mai ambientato in quei luoghi. Rifiutò l’iscrizione al Partito nazional socialista tedesco e figurava tra i “sovversivi” schedati nel casellario politico del ministro degli interni. In lui non erano mai morti gli ideali socialisti, mentre sorprendente era stata la conversione di sua moglie da sindacalista rivoluzionaria al mondo degli affari.

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale Campi intuì che un destino fosco si stava delineando per le sorti sia della Germania che dell’Italia. Dunque, anche tramite una lettera di supplica inviata al Duce in persona, insistette per rientrare nel nostro paese. Dopo una serie di permessi temporanei, a partire dal 1940, nel 1943 ritornò definitivamente a Cazzago Brabbia, ove era nato. Appena in tempo per assistere al crollo del fascismo e partecipare agli eventi successivi alla Liberazione.

 

Dopo aver ripreso l’attività politica nel movimento cooperativo in qualità di presidente della Federcoop, morì per un male incurabile il 29 gennaio del 1948, a soli 64 anni. Il funerale si svolse a Gallarate, la città che lo aveva visto protagonista di tante battaglie, e che stava rinascendo nel solco della libertà riconquistata.

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