Impariamo ad usare i social - di Ilaria Bettarelli

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Dobbiamo investire nella comunicazione perché tutte le persone hanno il diritto di sapere che esistiamo, anche quelli che non scendono in piazza con noi. 

La definizione di spazio pubblico (e quindi di opinione pubblica e collettività) è cambiata. Lo spazio pubblico non è solo uno spazio fisico ma anche virtuale, e infatti oggi l’opinione pubblica è qualcosa che si sviluppa soprattutto attraverso i media, al punto che lo spazio fisico ne è dipendente. In linea di massima si scende in piazza almeno dopo aver condiviso un post, aver ricevuto una mail, più probabilmente un messaggio whatsapp o aver messo un like. É un fatto.

Un altro fatto è che le imprese di comunicazione si contendono con gli organi politici, in una continua lotta tra le parti e tra le forze, la composizione della “agenda setting” (quel fenomeno che permette ai mass media di influenzare l’opinione pubblica scegliendo quali argomenti presentare come maggiormente ‘notiziabili’ alle masse e quanto tempo ad esse va dedicato).

Se oggi non comunicare vuol dire non esistere, farlo e farlo per primi ha un significato importante, al punto che Berlusconi ci ha costruito una intera carriera politica e, dopo di lui, anche Salvini.

Riuscire a influenzare il mainstream (quella che possiamo chiamare l’opinione condivisa dalla massa o comunque il pensiero che va per la maggiore) significa sviluppare maggiore potere politico, ma farlo in modo virtuoso vuol dire anche rispettare quel senso di pluralismo di voci tutelato dall’articolo 21 della Costituzione italiana.

Noi dobbiamo far sentire la nostra voce e la nostra opinione, è un diritto fondamentale partecipare alla discussione. È dovere di chi crede nel pluralismo sgomitare con qualunque strumento per far sentire la propria campana soprattutto quando coloro cui ci opponiamo, non si fanno scrupoli e riempiono le masse di populismo e qualunquismo.

Nel bilancio presentato al Direttivo della Cgil ci sono dodici righe scritte in cui si accenna alla questione delle “camere dell’eco” (in inglese “echo-chamber”) perché i social sono effettivamente anche un megafono che amplifica le opinioni. Qualunque opinione. Ma sono davvero una minaccia alla democrazia liberale? Sicuramente i meccanismi di polarizzazione rischiano con fake news e quant’altro di trascinarci nell’abisso. Salvini usa moltissimo queste tecniche di polarizzazione.

Non si parla mai adeguatamente di cosa fare per rendere gli utenti più consapevoli. Un primo accenno di comunicazione riuscita è stato la manifestazione di Reggio Calabria, frutto anche dello sforzo del segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, nel comparire in televisione. La televisione è il primo mezzo di comunicazione ancora oggi in Italia, lo confermano i dati del 15° rapporto Censis. Landini - che a mio avviso è il primo vero personaggio “politico” della Cgil - ha saputo creare intorno a sé un’opinione pubblica, un gradimento e quindi una fiducia nel suo personaggio da parte del pubblico.

Vengono continuamente immessi nei sistemi di comunicazione contenuti di poca sostanza, oltretutto internet ed i social network sono sistemi a basso costo, da noi ancora poco considerati e sfruttati male. Sento spesso difendere il fatto che il sindacato riesce a far incontrare le persone fisicamente e si confronta di persona, che la fiducia si costruisce formando bene i delegati. Ma queste persone sono per lo più sempre le stesse. Raggiungerne di nuove è una battaglia che richiede tempo, soldi e volontà, cose che non tutti possiedono. Una cosa non esclude l’altra, anzi dovrebbe essere un nostro preciso obiettivo quello di allungare i nostri saldi principi, i nostri messaggi chiari, i nostri buoni contenuti verso un pubblico sempre maggiore. Anche con un click, anche senza vedere le persone là dove non si può, usando whatsapp, i social, i programmi radio e televisivi, le videoconferenze.

Certamente è nostro dovere opporre una comunicazione di massa virtuosa a quella puramente di marketing in cui certi politici investono così tanto. Dobbiamo investire nella comunicazione perché tutte le persone hanno il diritto di sapere che esistiamo, anche quelli che non scendono in piazza con noi.

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