Raffineria di Livorno, i mille volti del lavoro - di Frida Nacinovich

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Per quelli che hanno una certa età è la Stanic. E i figli, che imparano dai genitori, la chiamano anche loro così. Eppure da quasi quarant’anni, da quando l’Eni l’ha interamente acquistata, è diventata la Raffineria di Livorno. Un grande impianto che occupa un’area di circa 150 ettari, con una capacità di raffinazione di 84mila barili al giorno, per produrre benzina, gasolio, oli lubrificanti. Un sito industriale importante, ambientalmente sopportato dalla città labronica, e soprattutto dalla piccola frazione di Stagno, perché dà lavoro a centinaia di addetti diretti, senza considerare il forte indotto.

Per chi da quelle parti ci è nato, lo skyline della fabbrica, con le due grandi torri di raffinazione a strisce bianche e rosse che dominano il panorama circostante, è un’immagine familiare. Per chi arriva dalla Versilia e da Pisa lungo l’Aurelia, passando per la grande base militare Usa di Camp Darby, è il biglietto da visita della Livorno più industriale, con la raffineria Eni che è collegata a doppio filo con il porto, tanto da avere una darsena tutta sua, la Darsena Petroli.

Sia per il giorno della Liberazione, il 25 Aprile, che per la festa del lavoro, il Primo Maggio, la raffineria è tornata agli onori della cronaca. Non per una bella notizia, visto che Eni - la più grande multinazionale italiana nel mondo - aveva di fatto obbligato gli addetti a timbrare il cartellino. Una decisione immediatamente contestata dai lavoratori e dalle organizzazioni sindacali: “Nessuna emergenza giustifica questo tipo di decisione”, dice Stefano Poli, un veterano dell’ex Stanic, che da quasi trent’anni si occupa della manutenzione degli impianti.

Delegato Fiom Cgil nella Rsu, alle cinque del mattino Poli era già a picchettare i cancelli dello stabilimento, perché il Primo Maggio per quelli come lui è un giorno sacro. “La nostra festa non si tocca, neppure quando cade nel mezzo di una manutenzione importante, con i tecnici di Eni che vorrebbero il lavoro concluso il prima possibile. Siamo riusciti a fermare lo stabilimento, nonostante le difficoltà logistiche vista la quantità di aziende diverse che ci lavorano. Pensa, ci sono anche quelli della Nuovo Pignone”. Per superare inevitabili difficoltà di rapporto, è stata creata una cabina di regia. “Esiste un coordinamento delle ditte in appalto, intercategoriale, che rende più semplice accordare i suoni”.

È di questi giorni la notizia di un’intesa da 250 milioni fra Regione Toscana ed Eni per produrre biometanolo, carburante ricavato dai rifiuti urbani e dalle plastiche. Così la vecchia Stanic diventerà anche una bioraffineria, grazie ad investimenti pubblici che aiuteranno a migliorare l’impatto ambientale, riducendo le maleodoranze che da sempre sono croce degli abitanti della zona e di chiunque ci si trovi a passare. “Sono almeno venticinque le ditte in appalto all’interno della raffineria - spiega Poli - nel complesso siamo più di 300 dipendenti”. Il committente è naturalmente Eni, la stella cui ruotano attorno i pianeti.

Tecnicamente Poli si occupa della manutenzione delle macchine rotanti, si trova a lavorare fianco a fianco con carpentieri, saldatori, elettricisti. Insomma un intero macrocosmo, che all’ora di pranzo ha a disposizione non una ma ben due mense. “La manutenzione - sottolinea Poli - permette di preservare e conservare, viene fatta in più fasi: ispezione, collaudo, misurazione, sostituzione, regolazione, riparazione, rilevamento dei guasti, sostituzione dei componenti, assistenza”. La vita in raffineria non conosce pause. “Durante un’emergenza può capitare di lavorare per due settimane di fila, domenica compresa. Abitualmente inizio alle 8 e finisco alle 17, con un’ora di pausa che trascorro in mensa. Poi, naturalmente, ci sono gli straordinari”.

Negli anni della crisi, da queste parti il lavoro non è diminuito, anzi è aumentato. “Quello che è sicuramente diminuito è il personale”, precisa sorridendo Poli, che per 22 anni ha lavorato con la Omi Srl di Rosignano, ed ora è passato a Termomeccanica Spa di La Spezia. Nel mezzo c’è stata Amarù di Gela, il cui proprietario, Rosario, ebbe qualche guaio con la giustizia. “A quel punto Eni ritirò l’appalto ed è appunto subentrata Termomeccanica, che aveva partecipato alla stessa gara”.

Come cambia la vita dei lavoratori nel passaggio fra un appalto e l’altro? “Esiste una regola non scritta per cui il personale viene riassorbito, succede quasi sempre, in questo modo Eni sa di avere a disposizione addetti specializzati”. Poli è nell’ex-Stanic dal 1992, ha cambiato quattro aziende: Officine tecniche De Pasquale di Bari, Omi, Amarù e adesso Termomeccanica. “In tutto questo tempo il mio lavoro è rimasto lo stesso. Prima della raffineria sono stato per quattro anni in un’officina di autoriparazioni”. Fanno quasi 38 anni di lavoro. “Comincio ad essere un po’ stanchino...”, chiude citando l’indimenticabile Tom Hanks di Forrest Gump.

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