Aperti per Covid. Gli “eroi” del lavoro manuale sempre più sfruttati e precari - di Nicola Atalmi

La pandemia globale del virus Covid 19 segnerà nel profondo sul piano globale l’epoca moderna. Per le dimensioni questa vicenda è paragonabile all’impatto che ebbe la diffusione dell’Aids ma aggiunge alle conseguenze sulle relazioni sociali, individuali e collettive, comuni tra Aids e Coronavirus, le pesanti conseguenze sull’economia mondiale.

La pandemia ha prima inceppato la Cina “fabbrica del mondo”, poi ha costretto i mercati globali a fermarsi, quindi ha congelato gli Stati Uniti e l’Europa, infine ha costretto gli Stati fedeli all’ideologia neoliberale a tali iniezioni di liquidità nel sistema pubblico da far apparire come un piccolo incidente periferico la famosa crisi dei subprime.

Le conseguenze negli equilibri geopolitici, nelle relazioni economiche tra sistemi, nella libera circolazione delle merci e delle persone, versus libera circolazione del virus, fino alla stessa suddivisione globale del lavoro, saranno misurerate nel corso dei prossimi anni.

Come nei sistemi di welfare, nella idea stessa di medicina, nei rapporti tra generazioni, registreremo l’apertura di una faglia nel continuum storico che ci accompagnerà a lungo. Ma, si parva licet, vi sono alcune conseguenze immediate che è importante cercare di misurare, per chi come noi si occupa dell’antichissimo conflitto tra capitale e lavoro. E l’osservatorio del profondo nordest, come sempre, è interessante per il suo mix di arcaismi e innovazioni. Lo misureremo sulle conseguenze che il tifone Covid lascerà sul campo, una volta vinto o addomesticato dalla immunità di gregge, nella organizzazione del lavoro, nella sua percezione sociale e nella sua normazione.

Questa pandemia porterà ad una crisi economica su scala globale. Una crisi quasi inedita nella storia umana moderna per dimensioni e velocità di diffusione, a causa della globalizzazione imperante. Un mal comune che, come sempre, non sarà un mezzo gaudio. Secondo l’Ilo, l’agenzia dell’Onu che si occupa di lavoro, la conseguenza della pandemia sarà la perdita di 25 milioni di posti di lavoro. È difficile avere l’esatta percezione di questi numeri, né sappiamo come e quando questi 25 milioni di lavori muteranno o si sposteranno in un sistema economico globale complesso e stratificato. Ma possiamo cercare di capire come, in un sistema di capitalismo maturo come quello europeo e italiano, si procederà alla riorganizzazione economica e produttiva dopo il lockdown 2020. Due sono gli elementi che balzano agli occhi: il primo che c’è una dicotomia tra cittadino che doveva stare assolutamente chiuso in casa per il bene collettivo (ci ricordiamo gli urticanti #iorestoacasa in splendidi attici di attori e personaggi famosi), mentre invece il lavoratore, per il medesimo bene collettivo deve andare a lavorare. E non parliamo di infermieri e medici, di chi produce medicine o macchinari medici, o di chi produceva o distribuiva il cibo.

Fin dall’inizio la platea dei codici Ateco di chi doveva assolutamente produrre è stata allargata a dismisura. Del resto ambienti padronali lo dicevano chiaramente: senza la produzione delle nostre fabbriche magari fermiamo il virus, ma crolla il Paese. Si stima che in Veneto, dati delle Camere di Commercio, perfino nell’apice del lockdown più duro, oltre il 50% delle attività produttive manifatturiere non si sia mai fermata.

Il Covid ha rivelato quello che noi sapevamo perfettamente. A dispetto dei cantori della fine del lavoro, della produzione immateriale, della narrazione di una società moderna e appagata, abitata da un numero infinito di influencer, addetti al marketing, broker, comunicatori, pubblicitari, geni delle start up miracolose, l’Italia si regge invece sulla sua cara vecchia produzione manifatturiera.. E magari fatta da operai buoni per continuare a produrre in fabbrica dopo i 60 anni, mentre come cittadini dovrebbero stare chiusi in casa come soggetti fragili.

Il secondo elemento, strettamente collegato al primo, è che il luogo fisico del lavoro è determinante e imprescindibile per alcuni lavori, per altri no: di qui la lunga discussione sullo smart working, che assomiglia tanto al vecchio cottimo e che, anziché permettere la conciliazione dei tempi di lavoro con quelli di vita, si traduce nella prevaricazione sistematica del tempo di lavoro e di produzione su tutto il tempo di vita.

È quindi la stessa percezione del valore sociale del lavoro, la sua geografia nelle reti territoriali, la compenetrazione di vecchio e nuovo modo di produrre l’emergenza della, assolutamente insufficiente, infrastruttura tecnologica, che ci ritroviamo davanti alla fine della pandemia. Sappiamo che l’offensiva padronale a questo riguardo è volta a recuperare ulteriori margini di profitto, usando la crisi per precarizzare ulteriormente il lavoro di quelli che durante la pandemia erano diventati quasi eroi, e ora vogliono far tornare come al solito flessibili e sfruttati.

E’ una sfida dura quella che avremo davanti, e che dobbiamo accettare per poter uscire da questa crisi uniti e in avanti.

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