Province italiane sempre più allo sbando - di Alessandra Ghirotti

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L’intero sistema delle amministrazioni provinciali è stato investito negli ultimi anni da uno “tsunami” normativo, che ne ha completamente sconvolto la forma e la sostanza, a partire dalla legge Delrio 56/2014. Questa trasformazione ha visto una drastica riduzione degli organici di personale (in media del 50%), e di conseguenza dei servizi correlati.

Le Province sono state trasformate anche sotto il profilo politico, eliminando l’elezione da parte del corpo elettorale del presidente e del consiglio provinciale, in favore di una nomina da parte dei sindaci (elezione indiretta per il tramite dei primi cittadini dei comuni afferenti all’area vasta). Questa trasformazione ha depotenziato il processo decisionale sotto il profilo politico, determinando la perdita della pianificazione del livello istituzionale intermedio. A questo si aggiunge il fatto che spesso la progettualità politica è stata assente, se non sterilizzata dall’ente regionale (in particolare in alcune regioni).

Tutto questo è avvenuto nel silenzio assordante delle diverse parti politiche, ed ha coinvolto sia le persone che all’interno delle Provincie lavoravano da anni, sia i cittadini, che si sono visti modificare e in alcuni casi chiudere servizi da sempre presenti sui territori.

I primi a pagarne le conseguenze sono stati i lavoratori che per anni, e ancora oggi, si sono trovati a fare i conti con liste sovra-numerarie (per la ricollocazione in altri enti del territorio), professionalità stravolte e da ricostruire, mancanza di prospettive di crescita professionale. Nei casi più gravi - le funzioni cosiddette “ridelegate” - il personale ha visto traslare il proprio rapporto di lavoro dalla Provincia all’area vasta, alla Regione, e poi ancora alla Provincia, senza possibilità per l’ente di assegnazione di dare prospettiva di crescita e anche di mobilità. Altri effetti, con risvolti anche drammatici, sono stati diretti nei confronti dei cittadini, nei settori delle politiche sociali, del turismo, della tutela del territorio e del mercato del lavoro.

Nella piccola realtà della Provincia di Como i primi effetti della norma si sono visti nel biennio 2015-16, con il drastico taglio dei servizi di assistenza scolastica agli alunni disabili sensoriali. Questa attività, gestita da anni con appalti della Provincia, è stata totalmente smembrata, e in alcuni casi addirittura cancellata. Il settore turismo ha visto la riduzione del 50% degli organici, con effetti evidenti sul sistema dei servizi, in particolare nei territori in cui il settore rappresenta un’importante leva economica. Per non parlare dell’attività di tutela e controllo del territorio, il cui affiancamento al settore della Polizia Provinciale ha determinato una difficoltà nel gestire territori vasti e complessi con presenza di boschi, fiumi, laghi e montagne (con personale drasticamente ridotto).

Le ultime novità hanno riguardato il sistema del mercato del lavoro. Con la legge di stabilità del 2017 si stabilisce il passaggio alle Regioni del personale dei Centri per l’impiego. Questo vincolo ha visto, per la sola Lombardia, l’emanazione di una norma regionale in evidente contrasto con la legge nazionale. Infatti la Regione Lombardia, con la legge 9/2018, ha riassegnato alle Province l’attività svolta dal personale dei Cpi con tutti gli operatori (come del resto già fatto per le funzioni del settore ittico venatorio, del turismo, dei servizi sociali). Anche in questo caso gli effetti rischiano di essere devastanti. I cittadini più fragili vedranno i servizi sempre più risicati, e senza prospettive future anche in applicazione delle nuove misure di sostegno al reddito. E’ facile prevedere che i servizi per l’impiego diventeranno a totale gestione privata, lasciando al pubblico un ruolo sussidiario.

E’ evidente che la riforma del sistema provinciale ha determinato ricadute ed effetti negativi sotto molti profili. L’obiettivo di cercare di mantenere i servizi sul territorio, e ridare titolarità alle Province, rischia di essere totalmente disatteso a causa delle ristrettezze economiche (in termini di fondi assegnati dai titolari delle funzioni), e di risorse umane sempre insufficienti ad erogare i servizi minimi.

Tutto questo è avvenuto nel silenzio della politica; addirittura in alcuni casi la politica stessa è stata complice dello sfacelo. Una delle poche voci fuori dal coro è stata quella sindacale, anche con la campagna sul quesito referendario del 4 dicembre 2016. Oltre a sostenere l’esigenza di mantenere i servizi sul territorio, con la necessaria revisione dell’intero sistema, la Cgil è stata in prima linea per la tutela del personale e delle professionalità. Ciò che è accaduto al sistema delle Province non ha eguali, e lascia sul terreno problemi irrisolti e questioni aperte.

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