#StopArmiEgitto - di Franco Uda

C’è qualcosa di malato nel rapporto tra Italia e Egitto. Non si tratta di un virus ma di un’altra specie di pandemia, molto diffusa e frutto di diversi fattori, principalmente imputabili al sistema economico neoliberista. Si chiama profitto senza etica.

Non staremmo neanche qui a menzionare il volume di export commerciale con l’Egitto, poiché il totale di questo, nel 2019, era di circa 2,5 miliardi di euro, collocandolo intorno alla trentesima posizione tra i paesi verso cui esportiamo (dati agenzia Ice di fonte Istat). Tuttavia qualche settimana fa sono cominciate a trapelare, da autorevoli fonti di stampa, delle notizie su una mega commessa di armi a favore dell’Egitto per circa 9 miliardi di euro, quasi quattro volte tanto il totale del nostro export civile!

Il nostro export militare indirizzato nell’area nordafricana e mediorientale rappresenta nel 2019 il 32,5% del totale del commercio italiano in tale settore, mentre nel triennio precedente arrivava mediamente quasi al 52%. In particolare, dopo un rallentamento nel biennio 2016-17, il nostro export verso l’Egitto è ripreso significativamente, al punto che nel 2019 è divenuto il primo nostro acquirente (dati Maeci).

Questo maxi-contratto, definito “la commessa del secolo”, si compone di due fregate multiruolo Fremm (che avrebbero già avuto l’autorizzazione), costruite per la marina miliare italiana e ora destinate all’Egitto, di altre quattro fregate, 20 pattugliatori, di 24 caccia multiruolo Eurofighter e altrettanti aerei addestratori M346.

La presa di posizione della società civile non si è fatta attendere: così Rete della Pace, Rete italiana per il Disarmo e Amnesty International hanno lanciato la campagna #StopArmiEgitto che anzitutto mette alla ribalta questo contratto, chiedendo che il Parlamento e il ministro della difesa non diano l’autorizzazione per il completamento dell’accordo.

Vi sono infatti troppi elementi che dovrebbero spingere l’Italia a fermarsi. Anzitutto l’Egitto non è un Paese come gli altri: ha un regime autoritario che fa spregio del rispetto dei diritti umani. La vicenda di Giulio Regeni e, più recentemente, di Patrik Zaki sono la punta dell’iceberg di una pratica di sparizioni, incarceramenti, torture e omicidi, per niente estranei al governo di Al-Sisi, che hanno colpito migliaia di civili, giornalisti e attivisti, rei solamente di non essersi allineati alla politica dispotica del dittatore.

Le stesse elezioni presidenziali del 2018, che hanno visto la rielezione di Al-Sisi con il 97% dei voti, non possono essere considerate elezioni giuste e libere: si sono svolte in un contesto condizionato dallo stato di emergenza (continuamente rinnovato dal 2017), dalle leggi contro il diritto di manifestazione, e dalla stretta sulla libertà di informazione. Tutti i potenziali candidati di opposizione sono stati costretti a rinunciare alla candidatura con arresti, intimidazioni e minacce. Una volta rieletto, Al-Sisi ha cambiato la Costituzione con un referendum - svolto senza informazioni alla popolazione sul merito del voto, con innumerevoli casi di distribuzione di generi di prima necessità in cambio del voto, migliaia di siti dell’opposizione oscurati - passato con l’88,83% dei voti favorevoli. Il mandato presidenziale è così stato esteso da quattro a sei anni, e Al-Sisi potrà rimanere al potere fino al 2030.

Va inoltre considerato il ruolo che l’Egitto sta esercitando nel conflitto in Libia: è il principale sostenitore del generale Haftar, che guida l’autoproclamato “Consiglio nazionale di transizione libico”; e sostiene direttamente l’offensiva militare in Libia delle truppe di Haftar - fornendo basi di supporto e, probabilmente, materiali militari - che da anni è in conflitto col governo internazionalmente riconosciuto di Tripoli, sostenuto dall’Italia.

Esportare armamenti all’Egitto significa, di fatto, fornire sistemi militari a un Paese che non solo non condivide, ma anzi avversa apertamente l’azione dell’Italia e della comunità internazionale per un processo di pacificazione in Libia. A tal riguardo la legge 185 del 1990, che regolamenta le esportazioni di armamenti, prevede espressamente il divieto ad esportare armamenti e sistemi militari “verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere”. La stessa legge prevede inoltre il divieto ad esportare armamenti e sistemi militari “verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione”.

Infine, ma non certo per ultimo, questo rapporto è di fatto uno “schiaffo” alla famiglia Regeni, che dal 2016 chiede verità e giustizia per l’uccisione di Giulio, e che vorrebbe ben altra intraprendenza dal proprio Paese. Possiamo quindi ben dire che questo affare “non s’ha da fare”.

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