Il costo sociale della pandemia non può essere scaricato sulle donne e sui migranti - di Loredana Sasia

L’emergenza sanitaria Covid-19 sta portando ad un’emergenza sociale senza precedenti, con ripercussioni pesanti sulle condizioni di vita delle famiglie, delle lavoratrici, dei lavoratori, dei pensionati; colpendo tutti ma soprattutto chi viveva già in situazioni di difficoltà, aumentando i nuovi poveri, i disoccupati.

La crisi provocata dal coronavirus ha amplificato le disuguaglianze sociali, le disparità di trattamento e le discriminazioni esistenti nella nostra società. Tante lavoratrici e tanti lavoratori rischiano di perdere nei prossimi mesi il lavoro. L’utilizzo della cassa integrazione con causale Covid, previsto dai decreti ministeriali, e il blocco dei licenziamenti rivendicato dalla nostra organizzazione sindacale hanno limitato il crollo dell’occupazione, che però è avvenuto lo stesso, con dimensioni enormi.

I primi a pagarne il prezzo sono stati i lavoratori precari. Quasi il 50% del calo dell’occupazione riguarda i lavoratori a tempo determinato, gli interinali e le mancate attivazioni di tanti lavoratori e lavoratrici stagionali anche del nostro settore alimentare.

La pandemia non è cieca, i divari di genere preesistenti si stanno dilatando con un rischio di ulteriore arretramento nelle conquiste sociali e culturali, spezzando gli equilibri faticosamente raggiunti nella presenza di genere nelle task force di questi mesi, nei luoghi di lavoro e nei nuclei familiari. I compiti dell’istruzione, della salute dei figli e dei lavori domestici in questi mesi sono stati scaricati sulle donne. Le criticità sono ulteriormente aumentate dopo il 4 maggio con la ripresa delle attività produttive e il permanere delle scuole chiuse, causando tante dimissioni dal lavoro da parte delle donne, per la difficoltà di gestire la condivisione dei tempi di cura e di assistenza ai figli con il lavoro.

Ulteriori vittime della pandemia sono i lavoratori braccianti del distretto della frutta della zona di Saluzzo, dove si sta mettendo a repentaglio il duro lavoro sindacale e di accoglienza diffusa portato avanti in questi ultimi anni dalla Flai e dalla Cgil tutta, assieme alle associazioni del territorio e alle istituzioni, per cercare di migliorare le condizioni di vita, abitative e di lavoro dei braccianti stranieri, per un loro riscatto sociale, di dignità e di emancipazione.

Con la chiusura, dovuta alla pandemia, dei centri di accoglienza distribuiti nei comuni saluzzesi e del Pas (dormitorio di prima accoglienza stagionale gestito dalle istituzioni, che dava ospitalità a centinaia di lavoratori agricoli), i migranti che stanno arrivando dal sud d’Italia per la raccolta della frutta stanno trascorrendo le notti nei giardini di Saluzzo (circa 120 migranti originari del Mali, Senegal, Gambia, Costa d’Avorio, Guinea, Ghana) e sotto i portici, monitorati costantemente dall’esercito.

Ma non si può pensare di affrontare l’emergenza umanitaria come fosse un problema di ordine pubblico. È un fenomeno strutturale ormai, almeno negli ultimi dieci anni, che deve trovare delle risposte normative definitive.

Sono mesi che come Flai Cgil di Cuneo stiamo manifestando la nostra preoccupazione, sollecitando le istituzioni ad attuare un’accoglienza diffusa sul territorio. Di recente abbiamo anche sottoscritto, assieme a circa 30 associazioni, un appello inviato al Prefetto di Cuneo e alla Regione Piemonte, per avere diverse risposte. Abbiamo posto il problema abitativo, chiedendo di aprire sia strutture diffuse in ogni comune del distretto frutticolo, nel rispetto dei protocolli di sicurezza sanitaria, sia una struttura per chi sta cercando il lavoro, la cui gestione deve essere affidata alla Protezione civile e alla Croce Rossa.

Contestualmente rivendichiamo da tempo un intervento normativo per un’unica piattaforma per il collocamento, nazionale, pubblico e obbligatorio. Interventi che devono essere accompagnati da una normativa che garantisca un’equa distribuzione del valore aggiunto nella filiera agricola, perché nella situazione attuale vi sono forti contraddizioni che mettono in difficoltà i piccoli produttori, e scaricano sui salari dei braccianti tali condizioni.

Noi dobbiamo lavorare per costruire uno stato sociale che ponga al centro delle sue politiche una risposta seria ai fabbisogni collettivi della comunità, per collegare con forza i diritti nel lavoro con i diritti di cittadinanza, per ribadire l’importanza del ruolo pubblico nella sanità e nella scuola, e per costruire la solidarietà tra le lavoratrici e i lavoratori della terra, dell’industria e dei servizi.

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