Anpi: perché No al referendum - di Gianfranco Pagliarulo

Votare assieme per una importante modifica della Costituzione, che avrà effetti permanenti sulla vita istituzionale, e per un composito turno di elezioni regionali e amministrative, cioè l’esercizio ordinario della democrazia rappresentativa, è una evidente diminutio del valore della scelta referendaria. Così il voto referendario sarà trascinato dal voto delle amministrative e delle regionali, diventando una specie di cenerentola della tornata elettorale. Sarà irrealizzabile promuovere nel Paese una riflessione seria sul ruolo del Parlamento e della politica. Il cittadino sarà di fatto privato del diritto di informare e informarsi, e di conseguenza la sua scelta sarà condizionata.

L’Anpi voterà No alla riforma. Dagli attuali 630 deputati a 400 e dagli attuali 315 senatori a 200. E perché non 430 e 220? E perché non 390 e 185? È un taglio di più del 30%, non fondato su alcuna ragionevole analisi, e che sembra rispondere esclusivamente a ragioni di propaganda.

  • la riduzione della spesa, che però consentirebbe un risparmio irrilevante; chi ci dice che domani, col pretesto del risparmio, non si taglino altri strumenti di democrazia rappresentativa? La democrazia ha un costo che in realtà è un investimento a favore della rappresentanza.
  • la campagna qualunquista contro la “casta” (“troppe poltrone”), che mette sotto accusa il Parlamento in quanto tale. Le polemiche contro il “parlamentarismo” affondano nei tempi del secolo scorso e hanno storicamente aperto una breccia nella solidità della democrazia.
  • “l’Italia è il Paese con più parlamentari d’Europa”. Falso. Nei Paesi Ue l’Italia, rispetto al numero di abitanti, ha un numero di deputati medio-basso, più di Francia, Olanda, Spagna e Germania, e meno di tutti gli altri 22 (ventidue) Paesi (fonte: Dossier degli uffici studi di Camera e Senato del 7 ottobre 2019).
  • così il parlamento sarà più efficiente. Ma chi ha detto che il provvedimento renderà più efficiente il confronto fra rappresentanze di opinioni e di interessi diversi e la conseguente attività legislativa? Non solo: sarà precario e macchinoso il funzionamento delle Commissioni e degli altri organi delle Camere.

Al dunque: mentre prima c’erano 96.006 abitanti per deputato, con la riforma vi saranno 151.210 abitanti per deputato. Sarà più difficile rappresentare un numero così elevato di cittadini.

Questa riforma è una tappa di un lungo percorso di svuotamento di fatto del ruolo del Parlamento come organo della rappresentanza politica in cui si esercita la sovranità popolare. Da tempo il Parlamento italiano è prevalentemente strumento di ratifica di decisioni prese dal governo, in base al postulato della governabilità, sui cui altari da anni si sacrifica la rappresentanza, con effetti evidenti: sfiducia e disillusione popolare, percentuale patologica di astensioni, pulsioni populiste. Né è migliorata la governabilità, sovente in fibrillazione per le contraddizioni interne ai partiti di governo. Negli ultimi trenta/quarant’anni declinava e poi crollava la percentuale di votanti, e poco prima scomparivano i partiti di massa del dopoguerra, sostituiti da formazioni politiche prevalentemente “leggere”, assenti dal territorio, sovente divise da gruppi di potere interni, e oggi anche, in alcuni casi, levatrici di pulsioni demagogiche utilissime per raccogliere voti ma esiziali per governare l’Italia.

Si tratta di un lungo processo che ha portato ad una progressiva marginalizzazione delle Camere, di cui questa riforma costituzionale è l’ultimo tassello. Una riforma fra l’altro che richiede di necessità sia una nuova legge elettorale che salvaguardi per quanto possibile i partiti minori dalla loro cancellazione, sia nuove norme per l’elezione del Presidente della Repubblica e della Corte Costituzionale. Siamo ancora in alto mare.

Bene sarebbe invece ricominciare da una riforma del sistema politico in attuazione dell’art.49 Costituzione (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”), affinché i partiti diventino fucine di idee e di progetti di trasformazione, e da una piena attuazione del principio di rappresentanza, per cui il cittadino torni a riconoscersi nel parlamentare eletto, il Parlamento torni ad essere specchio delle contraddizioni sociali del Paese e luogo della mediazione.

La crisi indotta dagli effetti della pandemia ci racconta che il tempo sta scadendo, che la fiducia nelle istituzioni è a fondamento della loro credibilità, e assieme che l’intervento pubblico è garanzia della tenuta democratica. Ma ci dice anche dei gravi pericoli per la democrazia, come insegna la deriva autoritaria di tanti Paesi. Questa riduzione del numero dei parlamentari, ululante demagogia a parte, è un passo indietro. Sta a tutti noi provare a fare due passi avanti.

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