Cimice asiatica: l’agricoltura veneta in ordine sparso - di Andrea Gambillara

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Anche l’agricoltura veneta sta affrontando la nuova minaccia della cimice asiatica, insetto che attacca le produzioni frutticole ed orticole (per ora), rovinando il raccolto in percentuali anche elevatissime. L’allarme parte dai produttori e attraverso le associazioni di categoria rimbalza sul tavolo della Regione Veneto, per gli ingenti danni che oggettivamente si riscontrano ma anche per la consapevolezza che il fenomeno non è occasionale o stagionale, e si prospetta presente e probabilmente in aumento nei prossimi anni.

In questa grave e complicata condizione e nel proliferare di conferenze stampa, riunioni e seminari, le diverse anime del settore si muovono in maniera indipendente; ognuna rivolta ai propri produttori di riferimento e ai diversi territori, quasi che i confini provinciali o comunali fossero una barriera al fenomeno e alla sua diffusione. L’attenzione sembra focalizzarsi sugli aspetti del danno economico (grave) e su contromisure di lotta entomologica, anche se i pareri sono contrastanti e l’eventuale avvio di quanto necessario alla lotta biologica rischia di essere già in ritardo sull’anno venturo. La discussione è incentrata sull’inefficacia dei principi attivi utilizzabili nei trattamenti (qualcuno rimpiange le sostanze oggi vietate dalla legge), e sull’introduzione della “vespa samurai” per un’azione di lotta biologica tutta da costruire (questo insetto antagonista non è presente in Italia).

Ancora una volta il cosiddetto “tavolo verde” regionale viene riunito, di fronte all’emergenza già scoppiata, senza la presenza del sindacato; ergo l’inevitabile ricaduta occupazionale e sociale passa in secondo piano. Quale azione e progetti di coordinamento si stanno mettendo in campo, da parte della Regione Veneto, al di là di uno stanziamento per il risarcimento dei danni causati dalla Halyomorfa Halys e alla richiesta di ulteriori fondi al ministero o a Bruxelles? Quali azioni di monitoraggio regionale sono previsti e con l’utilizzo di quali strutture? In quali modalità operative si concretizza la consapevolezza che l’infestazione possa avere lo stesso impatto della Xylella per gli olivi?

Nei molti “allarmi” profusi finora, inoltre, i termini “lavoratori”, “lavoratrici” e “occupazione” sono abbozzati ma non sostanziati nella loro complessità e importanza. Le persone che materialmente raccolgono i prodotti e che poi li lavorano, affinché raggiungano le nostre tavole, si trovano in una condizione di riduzione delle giornate o senza la prosecuzione del contratto di lavoro (il settore ha una altissima percentuale di stagionali/avventizi). Inoltre, rispetto a quella integrazione del reddito chiamata impropriamente disoccupazione agricola (circa 40% su base annuale), i lavoratori agricoli vivono anche una condizione di ulteriore penalizzazione. Ciò non solo perché una riduzione dei periodi lavorati comporta minor reddito e quindi poi una minore indennità, ma anche perché l’attuale normativa richiede, per l’attivazione di un meccanismo di salvaguardia dell’indennità stessa in caso di calamità, che le aziende siano assicurate e che attivino azione di risarcimento; azione che non può verificarsi nel caso della cimice asiatica, non assicurabile né oggi né in futuro (in quanto danno certo e non solo probabile).

Inoltre, in una prospettiva che i tecnici indicano come destinata a protrarsi almeno per i prossimi 5/6 anni anche in caso di implementazione di una lotta efficacie, sono necessarie valutazioni del fenomeno e programmazione di una reazione coordinata che considerino gli aspetti occupazionali, sociali e ambientali, almeno alla pari del danno aziendale.

Unica voce unitaria, come federazioni di settore Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil, la richiesta verso la Regione di un incontro di merito, dove rinnoveremo la proposta (come già per il “tavolo azzurro” della pesca) che la rappresentanza dei lavoratori non continui ad essere estromessa e “delegata” a chi ha ben altra rappresentanza.

La capacità di reazione ai nuovi pericoli e lo sviluppo del settore agricolo, nell’era della globalizzazione, potrà realizzarsi solo con un approccio che consideri tutti gli elementi nel loro complesso. Non sarà possibile interfacciare con efficacia tutte le componenti della filiera (politiche, produttive, commerciali, sociali, della conoscenza) in assenza di una concreta regia istituzionale di programmazione preventiva, e con l’esclusione della partecipazione attiva dei lavoratori.

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