Asili nido tra universalità e videosorveglianza - di Alessandra Ghirotti

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Secondo i dati Istat i posti disponibili negli asili nido coprono solo il 24% dell’utenza potenziale. Sotto il parametro del 33% fissato dall’Unione europea, come obiettivo per il 2010, per sostenere la conciliazione tra vita familiare e lavorativa e promuovere la maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Con una diffusione dei servizi molto eterogenea sul territorio nazionale: si va da un minimo del 7,6% in Campania a un massimo del 44,7% in Valle D’Aosta. Inoltre la dotazione di servizi sul territorio penalizza i comuni più piccoli rispetto ai capoluoghi, maggiormente attrezzati sia in strutture ricettive sia per personale e organizzazione necessaria per garantire il servizio. Esistono differenze anche sotto il profilo finanziario: la spesa media dei comuni per questi servizi è molto variabile tra le regioni, da un minimo di 88 euro l’anno per un bambino residente in Calabria a un massimo di 2.209 euro l’anno nella Provincia Autonoma di Trento.

Questi dati rappresentano ampiamente la distanza che il nostro paese deve colmare con le altre nazioni europee. Non siamo di fronte ad un servizio universale e con parità di accesso per tutte le famiglie, come previsto dalla legge istitutiva degli asili nido nel 1971. Servono interventi di potenziamento dei territori oggi completamente sguarniti e di sostegno alla continuità delle realtà già esistenti. Poca sensibilità ed attenzione è rivolta su questi temi da molte amministrazioni, che gestiscono gli asili nido come se fossero servizi a domanda individuale.

Questa limitata offerta ha pesanti ricadute sull’organizzazione di molte famiglie, in particolare sulle donne. In alcuni casi decidono di non avere figli e in molti altri, per garantire assistenza e cura nei primi anni di vita, solitamente le madri, sono costrette ad abbandonare il mondo del lavoro senza possibili alternative. Uno degli effetti più importanti connesso alla carenza dei servizi è quello della ridotta occupazione femminile, poiché ancora oggi non siamo in grado di riconoscere la condivisione degli impegni di cura ed assistenza della prole.

La Fp Cgil registra il dato sempre più diffuso, confermato dall’Istat, della riduzione degli asili nido a diretta gestione pubblica. Il sistema dello stato sociale rivolto alle famiglie ha visto negli ultimi anni un graduale e costante impoverimento, come diretta conseguenza del blocco del turn-over nella Pubblica amministrazione e dei rigidi rapporti numerici tra abitanti e dipendenti. Il settore degli asili nido ha subito un forte impatto in tal senso: il personale è andato via via diminuendo a seguito dei pensionamenti, che in molti casi non hanno visto le adeguate sostituzioni. Molte strutture sono state chiuse negli anni e molte sono sottoutilizzate.

In questa fase di chiusure forzate e di riduzione dei posti pubblici, il privato l’ha fatta da padrone. Nel 2016/17 sono stati censiti 13.147 servizi socio-educativi per l’infanzia, in cui circa il 48% dei posti sono privati. La gestione dei servizi affidata ai privati è più vantaggiosa, sotto il profilo economico, per i Comuni che stanno dismettendo un patrimonio importantissimo e per gli stessi privati in modo autonomo. Stiamo assistendo quindi ad un impoverimento del servizio pubblico, e parallelamente ad una crescita del privato, con costi di gestione molto diversi, che ricadono prevalentemente sui lavoratori. La conseguenza diretta è un dumping contrattuale, anche all’interno dello stesso asilo nido (laddove la gestione è promiscua).

Il calo degli utenti riguarda principalmente i nidi comunali a gestione diretta, mentre aumentano le gestioni affidate ai privati, dove i costi medi per bambino a carico dei comuni sono decisamente più bassi. Restano sempre molto diffusi i nidi di proprietà degli enti locali la cui gestione è affidata ai privati, che coniugano le tariffe ridotte alle famiglie con costi di gestione contenuti, perché “scaricati” su lavoratrici e lavoratori.

A questa già complessa situazione del settore si sommano anche allarmanti interventi specifici da parte di alcune Regioni. In Lombardia è stato destinato un apposito finanziamento per gli enti che si dotano di videosorveglianza negli asili nido. Questo approccio al servizio appare estremamente pericoloso sotto molti aspetti: educativi, di fiducia nei servizi stessi, di deresponsabilizzazione del personale, di controllo indiscriminato sulle lavoratrici e sui lavoratori.

La richiesta degli enti di sottoscrivere accordi sulla videosorveglianza rappresenta quindi la “nuova frontiera”, anche sulla base delle modifiche apportate dal jobs act allo Statuto dei lavoratori. Il tema appare complesso e può diventare facile strumento di attacco al personale nelle mani di amministratori populisti e poco attenti alle ricadute. La risposta alla videosorveglianza dovrebbe essere il potenziamento dei servizi con maggiori unità di personale, e il supporto alle condizioni di stress e di burnout nel lavoro di cura.

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