Sentinella, a che punto è la notte? - di Piergiorgio Desantis

 “Sentinella, a che punto è la notte? Sentinella, a che punto è la notte?”. (Isaia 21,11-12) 

ègiusto e utile interrogarsi a fondo non soltanto sulle conseguenze sanitarie della pandemia, ma anche sull’impatto economico e sociale che essa già ha avuto. A tal proposito, stanno arrivando i primi dati e sono, quasi tutti, tra loro concordanti e preoccupanti. Si profila molto verosimilmente una lunga notte che investirà l’intero tessuto produttivo ed economico italiano. Sicuramente è ben chiara la forza devastante del virus sulla pelle delle persone; viceversa ancora non è stata compresa la reale entità di una crisi profonda. Come si sa, il capitalismo stesso vive e sfrutta crisi cicliche per rigenerarsi; tuttavia, ad oggi, ancora non si capiscono tempi e modalità di uscita da questa recessione.

Si conferma quindi la lucidità di una delle prime analisi di fase avanzata da Mario Draghi, nel suo celebre articolo sul Financial Times del 25 marzo, in cui definisce la pandemia come “una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche”. I dati economici sembrano dar ragione a questa versione realista, non pessimista, delle condizioni economiche europee e, in particolare, di quelle italiane. L’ex presidente Bce utilizza una fraseologia post-guerra mondiale per indicare un panorama economico e produttivo completamente da ricostruire. Sembrerebbe un paragone storico per certi versi improprio, perché non esiste un reale nemico esterno che ha cercato di invaderci e con cui abbiamo guerreggiato. Il tessuto economico però appare a tal punto compromesso che sembra essere stati davvero sottoposti a bombardamenti. Il nemico, in questo caso, non è uno Stato o un gruppo organizzato di persone, ma sono le collaudate politiche di austerity perseguite per lunghi anni in Italia e negli altri paesi europei.

Ecco perché oggi è utile riflettere e combattere le proposte avanzate dal presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che da neoeletto chiede con urgenza di smontare il contratto collettivo nazionale, uno degli ultimi baluardi a difesa dei lavoratori, perché a parer suo reputato inefficace ad affrontare la crisi. Da viale dell’Astronomia proviene anche la richiesta di finanziamento statale a fondo perduto a favore delle imprese. Lo Stato finanziatore, secondo Bonomi, non può entrare a far parte di alcuna compagine dirigenziale delle aziende, né tantomeno influire sulle scelte di politica industriale; inoltre, non può e non ha il compito di tutelare, ad esempio, occupazione e sviluppo. Ci penserà, come sempre, il mercato. Lo Stato dovrebbe svolgere, in altre parole, il classico ruolo che piace tanto ai liberisti: una cassaforte aperta dove gli imprenditori possano approvvigionarsi senza condizioni di sorta.

Queste richieste si scontrano tuttavia con la situazione economica che attraversiamo: essa è così critica che davvero sarebbe necessario qualcosa di diverso rispetto alle classiche ricette ripetute per oltre quarant’anni. Per comprendere appieno le difficoltà di fase che viviamo, è utile partire da un indicatore, classico ma efficace, quale è quello delle ore di cassa integrazione utilizzate. A tal riguardo si stanno macinando record su record: l’Osservatorio statistico dell’Istituto della previdenza ci dice che a maggio l’Inps ha autorizzato 849,2 milioni di ore di cassa integrazione con causale Covid 19, in linea con quelle autorizzate per aprile (832,4 milioni). Appena due mesi sono bastati per superare 1,68 miliardi di ore, record assoluto per la cassa integrazione dal momento della sua istituzione.

Emergono con facilità i comparti più colpiti: il commercio utilizza 184 milioni di ore, seguito dalle attività immobiliari, di noleggio e servizi alle imprese (146 milioni di ore autorizzate) e da alberghi e ristoranti (134,89 milioni). Si tratta di settori del terziario sui quali, tra l’altro, i governi e le classi dirigenti hanno deciso di puntare fortemente per orientare lo sviluppo e l’occupazione italiana negli ultimi quarant’anni. Non è certo un caso che questi sono alcuni dei settori dove si concentra prevalentemente anche il lavoro a basso valore aggiunto, ossia povero e precario. Infatti si è anche deciso che il sistema produttivo italiano si fondi e sia reso competitivo grazie a una gigantesca operazione di moderazione salariale e di progressivo smontaggio dei diritti.

Persino Avvenire (Osservatorio. Il mercato retributivo italiano, Avvenire 12 maggio 2020, https://www.avvenire.it/economia/pagine/osservatorio-il-mercato-retributivo-italiano), organo della Conferenza episcopale italiana, ha dato risalto a numeri preoccupanti che riguardano il peso sempre più extra light delle buste paga dei lavoratori italiani: in Italia un lavoratore dipendente nel 2019 ha percepito una retribuzione annuale lorda media di 29.352 euro contro i 29.601 euro del 2018. L’Italia si conferma anche lo Stato con i salari più bassi tra i paesi avanzati (Jobpricing. In Italia i salari più bassi tra i Paesi avanzati, Avvenire 18 ottobre 2019, https://www.avvenire.it/economia/pagine/jobpricing-il-report).

Da Bruxelles anche l’Ue dipinge a tinte fosche il panorama economico italiano: si prevede, infatti, una contrazione del Pil pari a -11,2%, peggiore perfino a quello di Spagna (-10,9) e di Francia (-10,6). Il sistema produttivo italiano vive una fase di blocco: basti pensare a uno dei dati recentemente diffusi dalla Cgia di Mestre. L’ufficio studi degli artigiani riporta che a maggio sono state erogate in Italia più pensioni che buste paga. Si parla infatti di 22,77 milioni di occupati registrati lo scorso maggio, contro le 22,78 milioni di pensioni erogate al primo gennaio 2019. A ciò si può aggiungere un ultimo dato significativo per tastare il polso della situazione: quello fornito dal bollettino di Bankitalia. Si parla di una riduzione a fine di aprile di circa 500mila posizioni lavorative a termine rispetto allo stesso periodo del 2019. Si conferma, quindi, che i lavoratori a termine sono le figure più deboli e le più colpite per il momento. Non esiste infatti per loro alcun blocco dei licenziamenti; si prefigura, allo stesso tempo, anche un enorme problema occupazionale che si aprirà, necessariamente, per tutti i lavoratori in cassa integrazione, quando tale misura terminerà.

In un contesto così difficile la sentinella chiamerebbe in causa i corpi intermedi organizzati e di massa per comprendere e lottare perché la notte finisca. Ancora una volta il mondo sindacale, e la Cgil in modo particolare, sta svolgendo e dovrà svolgere un ruolo di primo piano per difendere le condizioni del lavoro dipendente e non. I salari, la difesa dei posti di lavoro, il rinnovo dei contratti collettivi e la ricostruzione di un tessuto produttivo sono alcuni degli obiettivi su cui impegnarsi. Oggi ci sono 7,5 milioni di lavoratori in cassa integrazione e il blocco licenziamenti scade il 17 agosto prossimo, pertanto è utile e urgente prolungare queste misure fino alla fine dell’anno. A ciò si aggiunga una battaglia di lungo corso che porti alla riconquista del ruolo dello Stato, attore fondamentale per l’economia e per l’occupazione anche di ultima istanza. Lo Stato ‘inefficiente e sprecone’ e i dipendenti pubblici ‘fannulloni’ sono alcune delle narrazioni che vengono da lontano e che oggi, nonostante la crisi, si affacciano nel dibattito politico. Ecco perché il sindacato deve muoversi affinché si affrontino i problemi che storicamente affliggono l’Italia.

Dopo che le politiche monetariste sono state messe ai margini (almeno per il momento), c’è spazio oggi per un grande piano del lavoro e degli investimenti in comparti strategici; oltreché quello sanitario anche in altri ambiti, ad esempio quello della scuola pubblica. La carenza degli organici e la precarietà delle strutture scolastiche continuano a essere questioni non più rinviabili.

Non è il caso di demoralizzarsi ma di assumere, come Cgil, un ruolo da protagonisti nel prossimo autunno. Sarà verosimile e necessario scendere nelle piazze e interloquire con tutti i soggetti, politici e non, per la ricostruzione di un fronte unico a difesa delle lavoratrici e dei lavoratori italiani.

Antonio Gramsci è ancora oggi fonte di ispirazione irrinunciabile per il futuro. In un celebre passo [Quaderno 9 (XIV) § (53)] riporta una riflessione sul modo in cui si possono avere raccolti abbondanti in campo agricolo. Egli ricorda che non è sufficiente essere aratori, ma bisogna saper essere anche “concio” ossia sostanza per nutrire e ingrassare il terreno. In questa duplice visione strategica dei compiti che si prospettano si gioca il ruolo di ciò che è stata e di ciò che sarà la Cgil.

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