Carcere e repressione - di Eugenio Oropallo

Nella sua relazione annuale al Parlamento, il Garante nazionale dei reclusi Mauro Palma non ha esitato a mettere in evidenza come il carcere rappresenti un modello ormai superato nel trattamento delle devianze sociali, condannando all’oblio e all’isolamento chi, secondo la norma costituzionale, vi dovrebbe trovare un’occasione di riscatto sociale. Non va mai dimenticata la connessione tra la garanzia di sicurezza e la finalità costituzionale della pena, perché, ha spiegato Palma, “il contenuto della pena detentiva è la privazione della libertà, e si va in carcere perché si è puniti e non per essere puniti”. La pena consiste nella perdita della libertà dell’individuo, a cui non possiamo aggiungere altri limiti ai diritti inalienabili, anche in condizioni di detenzione.

Questo è quanto ripetuto da fior fiore di criminologi, che insistono sul fatto che la libertà dell’individuo non può essere compressa fino ad annullarne la umanità, come può essere per il diritto ad avere contatti con l’esterno, contatti periodici con i propri familiari per non rompere l’esile collegamento con la società esterna, nella quale un giorno il detenuto ritornerà. Così come non va compresso il suo diritto all’informazione, né ad avere uno spazio minimo che gli consenta di non essere sopraffatto dall’affollamento. Il rischio sui soggetti più deboli è una vera e propria crisi di identità, diventando vittime dei detenuti più forti che tendono a riprodurre l’ambiente esterno di violenza e sopraffazione.

Nell’affrontare la questione dei ‘decreti sicurezza’, che dovevano essere modificati fin dalla costituzione del nuovo governo, il Garante evidenzia come siano incompatibili con gli obblighi internazionali dell’Italia, a partire dalla norma che obbliga il soccorso in mare di soggetti in difficoltà. “Senza un passo indietro del legislatore ed un ripensamento globale delle politiche di gestione delle frontiere - dichiara Palma - il Mediterraneo rischia di rimanere teatro di violazioni”, ribadendo “l’impossibilità di ritenere la Libia un porto sicuro, cosa di cui nessuno più dubita”.

Per quanto concerne specificamente l’emergenza sanitaria, il Garante ricorda come essa abbia comportato gravi rischi anche per la popolazione carceraria, criticando l’operato del governo che dovrebbe affrontare il problema con una continuità sistemica “che richiede un ripensamento complessivo sull’emergenza delle pene e sulla criticità della pena carceraria come sistema di risposta alla commissione del reato”. Un’esigenza questa ribadita anche negli ultimi anni, nel corso dei quali sono stati gli stessi vertici dell’organizzazione giudiziaria a raccomandare alle Procure italiane di ricorrere al carcere solo eccezionalmente, quando non sia più possibile ricorrere a forme alternative, e soprattutto limitare l’uso della carcerazione preventiva che continua ad essere un’anticipazione di pena, quando non è terminato l’iter giudiziario che potrebbe anche finire con una sentenza di assoluzione.

Un invito che però continua a cadere nel vuoto, grazie ad un’ormai inveterata abitudine di mettere al sicuro “il delinquente” anche quando non si è certi che abbia commesso il fatto-reato. Un comportamento dell’Autorità giudiziaria spesso condannato anche dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo.

Per finire, la relazione affronta anche il caso della protesta e dei disordini in carcere che hanno provocato la morte di 14 detenuti. “Evento tragico – scrive il Garante – che è stato rapidamente archiviato, quasi fosse ‘effetto collaterale’ delle rivolte causate da una comunicazione sbagliata, tendente a presentare le misure che si stavano adottando come totale preclusione di contatti con l’esterno, niente colloqui con le persone ma neanche più semilibertà o permessi, o attività che vedeva il supporto di figure esterne”. Proprio quelle misure che tendono a mitigare la violenza del carcere. Una pressione che è sembrata eccessiva caricando di angoscia tutta la popolazione carceraria. Altro che disegno eversivo, come si è espressa più di una Procura, accusando i reclusi di aver organizzato, sotto la guida della criminalità organizzata, una vera e propria rivolta nelle carceri approfittando della emergenza in atto. Il Garante ha anche criticato i vertici della giustizia – a partire dal ministro – per “aver finito di applicare la normativa prevista dal 41 bis cp. alla quotidianità detentiva di tutti”, aggiungendo benzina sul fuoco.

La relazione del Garante non è andata giù all’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che, con il linguaggio che lo qualifica, ha definito Palma “il Garante dei delinquenti”. Una polemica frutto della sfrenata voglia di protagonismo di questo campione del giustizialismo, che appare sempre in tutte le occasioni più delicate. Ma a Mondragone è stato accolto in maniera diversa da come prevedeva, interrotto dalla folla e costretto alla fine a scappare via. Ogni tanto il popolo, cui spesso il soggetto si richiama, si prende pure qualche soddisfazione...

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