Una Cgil più forte e unita per un diverso futuro - di Giacinto Botti e Maurizio Brotini

La vicenda autostrade ha un valore in sé ed è emblematica dello scontro politico e sociale sul ruolo del pubblico e dello Stato. Come e più di altre privatizzazioni, quella delle autostrade ha dimostrato il fallimento del mercato.

La revoca della concessione ai Benetton è un atto dovuto, quanto tardivo, per le evidenti inadempienze, i gravi danni, le responsabilità oggettive nel disastro e nella tragedia del crollo del ponte Morandi e non solo. Il privato ha goduto di smisurati profitti gestendo a suo piacimento un’infrastruttura nevralgica come la rete autostradale, un monopolio naturale che deve tornare ad una completa gestione pubblica. Non è accettabile il ricatto che si leva, dall’azienda e da molti “giornaloni”, sull’occupazione. Tutti i lavoratori devono essere tutelati passando all’azienda pubblica che dovrebbe gestire la rete autostradale secondo le regole del bene comune e non del profitto. Sarebbe un gravissimo errore ogni ulteriore compromesso verso attori privati che non hanno dimostrato rispetto né delle condizioni contrattuali, né del valore sociale dei beni pubblici, né della salute e del benessere delle persone.

È ora di cambiare radicalmente il pensiero unico che ha dominato la vita politica, economica e sociale di questi trent’anni: il pregiudizio ideologico – e i concreti interessi della finanza e del capitale - secondo cui l’innovazione, l’efficienza e la modernità sono per natura dei privati, mentre pubblico significherebbe inefficienza e sperpero. La storia ci consegna un’altra realtà. Lo Stato ritorni ad esercitare la sua centralità e la sua funzione.

La sinistra di governo, corresponsabile delle tante privatizzazioni, dei tagli alla sanità e all’istruzione pubblica, subalterna e complice delle grandi imprese, dei poteri economici privati, le vere caste, deve cambiare radicalmente visione del futuro. Purtroppo le uscite di alcuni autorevoli esponenti del Partito democratico non lasciano molta speranza sulla capacità di proporre la svolta necessaria ad affrontare le sfide che anche la pandemia ha evidenziato come ineludibili. Qualcuno propone persino il ritorno alle gabbie salariali! Un ritorno ad un passato che le lotte operaie e democratiche hanno definitivamente cancellato, offensivo non solo verso i lavoratori, ma totalmente subalterno all’ideologia leghista dell’autonomia differenziata. In un sol colpo si cancellano il principio di uguale salario per uguale lavoro e dell’unicità territoriale, sociale, economica del Paese; si enfatizzano e coagulano tutti i peggiori stereotipi sul Mezzogiorno che sarebbe per definizione perennemente “arretrato” e “in ritardo” e il cui destino sarebbe la definitiva sanzione di una totale separatezza. Un Paese di “serie B” – come già spesso accade in molte aree per i servizi pubblici e la sanità – dove lo Stato non dovrebbe concentrare investimenti, innovazione, creazione di lavoro, ma sancire, con il taglio degli stipendi dei dipendenti pubblici, una cronica sudditanza al Nord “efficiente” ed “europeo”.

In un simile scenario – aggravato dal pantano politico in cui sguazza la maggioranza, dove molti non trovano di meglio che appellarsi a Berlusconi… – l’unica forza organizzata capace di orientare la lunga e difficile uscita dalla crisi è il sindacato confederale, a partire dalla Cgil. Che deve confermare, oggi più che mai, la sua piena e totale autonomia e la radicalità della sua visione strategica contenuta nella Carta dei Diritti universali del lavoro e nel Piano del lavoro, da far vivere con determinazione come strumento vertenziale per creare lavoro di qualità in risposta ai bisogni essenziali del Paese.

La riduzione dell’orario a parità di salario è obiettivo dell’oggi, non del domani, sia come strumento difensivo di fronte alle enormi difficoltà di molti settori produttivi, sia come strumento strategico della necessaria redistribuzione del lavoro nell’intreccio tra innovazione tecnologica, riconversione ecologica delle produzioni, valorizzazione dei servizi e dei beni comuni, ripensamento della scansione dei tempi di vita e di lavoro, dell’organizzazione della mobilità e delle città, della formazione permanente e dei servizi di cura, da distribuire omogeneamente su tutto il territorio. Non possiamo continuare ad essere tra i Paesi europei con la disoccupazione giovanile tra le più alte, l’orario di lavoro più lungo e i salari tra i più bassi. Creare e redistribuire il lavoro agendo sugli orari e la condizione lavorativa è guardare al futuro, utilizzando le risorse oggi destinate alla cassa, ai sussidi vari, per finanziare il diritto al lavoro e alla cittadinanza. Partendo dalla precondizione dell’estensione almeno fino alla fine dell’anno del blocco dei licenziamenti, e della copertura generalizzata degli ammortizzatori sociali.

Allo stesso tempo bisogna redistribuire la ricchezza e aumentare sia i salari reali che la quota del salario sull’insieme del reddito. È centrale una riforma del fisco in termini di maggiore progressività, con una riduzione strutturale delle tasse su lavoro e pensioni, al di là di una misura temporanea di defiscalizzazione degli aumenti contrattuali, che non copre tutta la platea dei nostri rappresentati. La progressività della tassazione deve riguardare tutti i redditi, compresi quelli immobiliari e finanziari e i redditi d’impresa, che, negli ultimi 30 anni, sono stati costantemente privilegiati in ossequio alle politiche neoliberiste, diventate pensiero unico della politica. Una tassazione sulle grandi ricchezze è altrettanto ineludibile, per l’oggi e per il domani, in un Paese che è diventato tra i più diseguali del mondo, e dove la concentrazione della ricchezza ha poco da invidiare agli Stati Uniti o ai Paesi dell’America Latina.

Se questo è il nostro programma non c’è alleanza possibile con una Confindustria e un padronato conservatori che vogliono la restaurazione sociale, cancellare il Ccnl, aumentare la produttività attraverso lo sfruttamento della manodopera e l’estensione dei contratti a termine, e continuando lo “sciopero” degli investimenti. Vogliono dividere il mondo del lavoro e il Paese.

Da parte sua il governo tentenna e si divide sul fronte dei diritti sociali, su una nuova politica per l’immigrazione e la cancellazione dei decreti sicurezza, mentre continua la tendenza allo svilimento del ruolo del Parlamento.

Il prossimo referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari – la cui data di svolgimento è stata erroneamente e pericolosamente accorpata a quella delle elezioni regionali e amministrative – deve vedere una chiara presa di posizione per il “No” del nostro sindacato, in piena continuità con le posizioni assunte nel referendum del 2016, e con il nostro profondo radicamento sui valori di partecipazione democratica sanciti dalla Costituzione repubblicana.

Non usciremo positivamente da questa difficilissima fase senza rafforzare il sindacato confederale, e la sua capacità di riunificare e rappresentare più e meglio il mondo del lavoro. C’è bisogno di una Cgil coesa e forte nella sua democrazia plurale, nel saper maggiormente coinvolgere e rendere protagonista tutto il suo gruppo dirigente attraverso i suoi organismi, le Rsu e i delegati, fattore indispensabile per sostenere, con i necessari rapporti di forza, la conquista degli obiettivi della nostra piattaforma.

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