Le mele di Saluzzo, peccato originale della frutta italiana - di Frida Nacinovich

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Sembra il giardino dell’Eden, ci sono così tante mele, kiwi, pesche, da fare di quella zona, all’ombra del Monviso, il secondo distretto ortofrutticolo italiano. Adamo ed Eva avrebbero avuto solo l’imbarazzo della scelta a Saluzzo, in provincia di Cuneo, e il diavolo avrebbe fatto ben poca fatica a indurli in tentazione. Il paradiso della frutta, ma anche l’inferno di chi, per vivere, la raccoglie. Basta un numero, nel saluzzese ci sono ben dodicimila lavoratori stagionali, più della metà africani, uno su due con il permesso di soggiorno umanitario. E dopo i decreti Salvini, o accetti il lavoro, qualsiasi siano le condizioni, o sei invisibile. Questo in una realtà diventata negli ultimi dieci anni sempre più esplosiva, con i braccianti costretti a vivere accampati in una tendopoli che, pensate, era stata ribattezzata Guantanamo. Oppure, a scelta, in capannoni dismessi, o addirittura sotto le stelle, un cartone per letto.

Solo due anni fa, nel 2018, il Comune aveva trasformato un ex caserma fatiscente in un dormitorio, per lo meno avevano un tetto sulla testa. Ma quando, la scorsa primavera, è arrivata l’emergenza coronavirus, tutti i rifugi al chiuso sono stati sprangati e ai lavoratori immigrati non è rimasto che riprendere a dormire all’addiaccio, nei pressi del cimitero cittadino. Poi, al mattino presto, il sole estivo sorge alle cinque, via in bici o a piedi per chilometri e chilometri, per raggiungere l’azienda agricola che li ha assoldati o per trovarne una disposta a farlo.

Perché arrivano a Saluzzo? Semplicemente perché cinque, sei euro l’ora sono quasi il doppio di quanto si prende nei campi del meridione. I sindacati, Flai Cgil in testa, e il volontariato cattolico Caritas provano a dare loro una mano distribuendo coperte e cercando di limitare, per quanto possibile, la piaga del lavoro nero e grigio. I progetti di accoglienza diffusa fatti insieme agli enti locali aiutano 120 lavoratori, troppo pochi rispetto al bisogno. Da quando la Flai, nel 2018, ha attivato il sindacato di strada le regolarizzazioni sono aumentate del 50%. Un piccolo grande miracolo.

Djibril Gabriel arriva dal Burkina Faso, è approdato sulle coste italiane dodici anni fa, nel 2008, e da allora gira la penisola in cerca di lavoro. “Dieci ore nei campi, tutti i giorni, per cinque euro l’ora, scoprendo poi che molto lavoro nemmeno risulta in busta paga”. Un destino comune a centinaia, migliaia di lavoratori. Senegalesi, gambiani, maliani, costretti a spezzarsi la schiena sotto il sole per pochi euro. Sono visti come un problema sociale, di ordine e salute pubblica, in realtà sono lavoratori di cui la filiera dell’ortofrutticolo non può fare a meno. Sfruttati, ricattati con il miraggio della regolarizzazione, trattati come bestie da soma, i braccianti africani lavorano e vivono in condizioni spesso indegne di un paese civile.

Nel 2016 Gabriel arriva a Saluzzo perché ha saputo che lì le condizioni sono più accettabili. “Turni di otto ore per cinque giorni la settimana - conferma - e gli imprenditori sono più onesti nel dichiarare le ore effettivamente lavorate. Per gli stagionali l’accesso all’indennità di disoccupazione è fondamentale. A giugno raccogliamo piccoli frutti, a luglio le pesche, agosto e settembre le mele, a novembre i kiwi”. La paga oraria di Gabriel è di 7 euro: “Rispetto ai 5 che prendevo prima è un buon passo avanti. Così come i novanta minuti di pausa rispetto ai sessanta”. Il sabato non dovrebbe essere lavorativo, ma se la frutta rischia di diventare troppo matura, oppure c’è in vista brutto tempo e la temutissima grandine, i ragazzi devono essere pronti a inforcare le loro biciclette arrugginite e precipitarsi nei campi. “Quando arrivai in Europa mi ero prefissato di stare sette anni al massimo, mettere qualche soldo da parte e tornare da mia moglie e mia figlia. È rimasto un sogno. Come dice il proverbio ‘l’uomo propone, dio dispone’”.

Tornano alla mente le storie di tanti italiani emigrati ai quattro angoli del pianeta, tutti convinti di poter tornare a casa con qualche risparmio e rimasti invece di volta in volta nelle Americhe, in Australia, nei paesi nord europei.

Quando la raccolta delle mele volge al termine, molti braccianti si spostano al sud, in Calabria, Puglia, Campania. “Ti pagano meno e non registrano tutte le ore che fai. Ma si deve lavorare”. Gabriel avrebbe la possibilità di dormire al riparo, con un tetto sulla testa. Invece preferisce restare con i sui compagni in tenda o sotto le stelle. “Inizia a far freddo - sospira - non capisco come mai, invece di rispettare il distanziamento dimezzando l’affluenza nel dormitorio, abbiano deciso di chiuderlo. La verità è che non siamo un problema sociale ma politico. E i politici i problemi li spostano ma non li risolvono”. Come dargli torto? Saluzzo non è Rosarno, per questo è diventata una meta ambita dai braccianti africani, disposti a vivere fra disagi di ogni genere, pur di avere un lavoro. “Ahinoi, chi ha soldi spesso non ha cuore”, ricorda Gabriel.

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