Investire nelle strutture sociosanitarie territoriali - di Stefano Cecconi

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Cosa abbiamo imparato dalla drammatica esperienza causata dall’emergenza pandemica? In primo luogo che il Servizio sanitario nazionale pubblico e universale ha ridotto enormemente i danni, che sarebbero stati ancor più gravi se il sistema sanitario fosse stato di tipo privato. E si è capito quanto importanti siano le lavoratrici e i lavoratori che si occupano della tutela della salute e della cura delle persone. Ma si è anche visto come anni di tagli alla sanità pubblica l’abbiano indebolita, soprattutto nel settore dei servizi territoriali.

Questa debolezza ha ridotto la capacità di rispondere alla stessa aggressione pandemica (lo segnala perfino la Corte dei Conti nel rendiconto 2020). Così gli ospedali sono stati sovraccaricati, esponendo a maggiori rischi i lavoratori e i cittadini da assistere. Ed è venuta meno la continuità nelle cure e l’attenzione per le persone più fragili che, va ricordato, sono state anche le più esposte ai rischi del Covid19: anziani e non autosufficienti, con malattie croniche, con problemi di salute mentale, di dipendenze.

Come ricorda l’Oms, si tratta delle stesse persone coinvolte nell’‘altra epidemia’, quella delle cronicità, per la quale sono fondamentali la prevenzione e l’assistenza primaria, quindi la rete dei servizi territoriali. Il modello sociosanitario fondato sul posto letto, sia in ospedale che in altre strutture residenziali, ha dimostrato dunque enormi limiti. Infine, si è svelato l’enorme ritardo nella diffusione di tecnologie per l’assistenza a distanza (telemedicina, teleassistenza, ecc.) nei servizi territoriali.

Per queste ragioni abbiamo deciso di fare pressing su governo (e Parlamento) per rendere strutturali dal 2021 in poi le misure sin qui approvate per il potenziamento del Ssn, a partire dal finanziamento e dal territorio. Ciò vale anche per le risorse provenienti dai fondi europei (Next Generation Eu: 209 miliardi, di cui 80 miliardi come finanziamenti a fondo perduto) mentre restano da decidere quelle riferite al Mes. Sono stati lanciati un appello e una mobilitazione (vedi: “Finanziamenti europei per l’emergenza, usarli bene, priorità: assistenza - servizi sociali e sanitari territoriali…”), promossi da una vasta coalizione di organizzazioni sociali e sindacali (tra cui Cgil, Cisl e Uil).

Un’attenzione particolare dobbiamo averla per la contrattazione sociale (e di categoria) sui Piani regionali di potenziamento dei servizi territoriali, previsti dal Decreto rilancio. Qui stiamo insistendo, con Cisl e Uil, per ottenere linee guida nazionali Stato/Regioni per armonizzare le misure dei vari Decreti Covid-19 e orientare i piani regionali. Vogliamo si arrivi all’approvazione di un decreto “forte” (come il Decreto n. 75 del 2015 per gli Ospedali) che fissi standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi anche per l’assistenza territoriale. Altrimenti “il territorio” resta qualcosa di vago e troppo diverso tra le varie regioni.

Abbiamo definito alcune indicazioni di massima: il baricentro dell’assistenza territoriale è il Distretto socio-sanitario, e in quest’ambito cruciali sono le Case della Salute aperte h12-24. Qui i cittadini, oltre al medico di fiducia, devono trovare tutti i servizi e i professionisti sanitari e sociali: con presa in carico, dimissioni protette, percorsi diagnostico-terapeutici, assistenza di iniziativa secondo il Chronic Care Model. Indispensabili sono legami forti e strutture intermedie tra domicilio, servizi territoriali e ospedali. In questo contesto, gli Infermieri di Comunità (la nuova figura introdotta con i decreti Covid) devono restare operatori dipendenti del Distretto, escludendo le ipotesi di un loro impiego futuro come professionisti convenzionati come i medici di medicina generale (Mmg). Anzi, occorre prevedere un più forte inserimento di questi ultimi nel Ssn. Il rapporto privatistico contrattuale (conflittuale) tra Ssn e medicina generale non regge più.

Infine bisogna superare l’attuale rigida separazione fra assistenza sociale e sanitaria, per una vera integrazione tra sanità e sociale (a partire finalmente dalla definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni sociali a vent’anni dall’approvazione della legge 328 del 2000). Per questo i piani di potenziamento dei servizi territoriali devono essere accompagnati da specifici progetti riferiti ai Servizi socio sanitari ad alta integrazione: Non Autosufficienza, Salute Mentale, Dipendenze, Consultori familiari, Carcere. Sapendo che non è più rinviabile una legge quadro nazionale sulla (non) autosufficienza, il cui cardine è il diritto a vivere in autonomia e nel proprio ambiente delle persone anziane, tanto più se non più autosufficienti, e delle persone disabili di ogni età.

La lezione impartita dall’emergenza pandemica è dunque chiarissima: è indispensabile tornare a investire risorse per la Sanità e per il Sociale, e priorità assoluta è il potenziamento dell’assistenza socio sanitaria territoriale.

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