La democrazia giocata male - di Ilaria Bettarelli

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Democrazia significa letteralmente “potere del popolo”, che è anche il principio stesso della sua legittimità. Ma il popolo oggi come esercita questo potere? Istruzione aumentata, alfabetizzazione aumentata, possibilità di accedere alle fonti pressoché illimitata grazie a internet, eppure il grosso di questo demos non sa quasi niente di problemi pubblici. A proposito di opinione pubblica e di quanto le persone sanno di politica, bisognerebbe poi considerare quanti sono semplicemente interessati, quanti sono realmente competenti, quanti sono disinteressati e perché, specie a fronte di un “partito” che vince sempre le elezioni, quello degli astenuti.

Come fa notare Giovanni Sartori in uno dei suoi libri, “Homo Videns” (1997), qualcuno potrebbe obiettare che questo livello di povertà assoluta di persone politicamente educate è sempre esistito, eppure non ha impedito alla democrazia di sopravvivere. In realtà, e per essere precisi, è la democrazia rappresentativa quella che ha retto il colpo! È il fatto che non è il popolo a decidere direttamente, ma elegge i suoi rappresentanti (competenti) che decidono per lui.

Il punto però è che siamo a un momento di svolta in cui questo tipo di democrazia non sembra più darci soddisfazione. Ci appelliamo sempre più spesso a sondaggi imprecisi o deformati, invochiamo a gran voce forme dirette di governo lasciandoci trasportare dalla cultura del momento, povera di intermediari e ad approccio diretto, che è efficacissima quando si devono trascinare milioni di “sardine” in piazza per fare pressione su un sistema politico che non ci piace più, improvvisamente interessati ma ancora poco competenti. Crediamo che i politici non servano più, tanto che sono aumentati i referendum, anche quelli per tagliarne il numero.

Essere laureati serve a poco perché, in effetti, non è detto che un laureato in medicina abbia sviluppato competenze di natura politica. E l’educazione, in generale, dal Sessantotto e con la pedagogia ancora in voga, non prevede di introdurre corsi appositi per sviluppare questa competenza a scuola.

La televisione, che ci ha insegnato a leggere e a scrivere in alcuni momenti storici brillanti, da tempo ci propone un mondo per immagini che disattiva la nostra capacità di astrazione, quella stessa capacità che ci consente di essere differenti dal resto del mondo animale perché critici, pensanti e con grandissime capacità di immaginazione. Non c’è nulla da immaginare nelle immagini e ci piacciono proprio perché sono semplici, ludiche e non impegnano troppo il cervello. C’è qualcuno che per noi le monta e le prepara, offrendoci una realtà verosimile e credibile a cui assistere.

“Assisterete allo spettacolo delle vostre esistente” diceva Debord. Il conto finale però prevede che ad un aumento del potere del popolo ci sia un aumento anche del suo sapere perché se questo non succede, è un popolo debole quello tra le cui mani finisce la democrazia. Un popolo che facilmente cade vittima di imbonitori-truffatori che in modo assolutamente incosciente, da anni, invocano e promuovono forme di ‘autogoverno’, di intervento diretto dei cittadini nelle sue decisioni, ma senza affrontare il problema antecedente. E attenzione, l’ultimo non è stato certo Berlusconi, semmai primo fra i primi, lasciando un’orda di eredi capaci di seguirne le orme.

Abbiamo discusso del taglio dei parlamentari, anche solo il tipo di discussione mette in evidenza il problema di fondo. Certo le immagini di persone che dormono beatamente alla Camera e al Senato, o proprio non si presentano, accostate ad affascinanti statistiche di stipendi altissimi, ci hanno molto scosso. Chi ce le mostra lo sa perfettamente e lo fa per quello, per farci andare fuori dai gangheri generando reazioni emotive che ‘vendono’ molto più di altre e fanno moltiplicare i guadagni, o l’audience, che poi è la stessa cosa.

La realtà va complicandosi, e il numero vertiginoso di cose complesse da capire ci richiede maggiori competenze, ma le nostre menti sono economicamente più produttive se sono semplici. Così in questo sistema di comunicazione politica in cui giocano i media, i politici e noi cittadini, siamo proprio noi che, in questo momento, senza strumenti alla mano, facciamo la fine di una bella palla da gioco, presa a calci dagli altri due per un tiro in porta in più.

Come uscire da questa impasse? Bisogna considerare che non è solo l’autonomia di opinione il nostro punto debole. Noi cittadini abbiamo subito una perdita anche a livello di comunità, di quello che Coleman definisce “capitale sociale” nel senso proprio di vicinanza, di ‘social connectedness’, di ‘neighborliness’, a favore di una solitudine elettronica. Allora va bene incontrarsi, ma più che scendendo in piazza per l’effetto di un trend che culmina in una azione, l’azione (ma ancora meglio la partecipazione) dovrebbe tornare una buona abitudine. E quando impariamo una buona abitudine dovremmo poi saperla trasmettere ai nostri figli che forse, sapendosi confrontare e incontrare, saranno arbitri migliori di noi.

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