Pernigotti, un thrilling al cioccolato - di Frida Nacinovich

Come se non bastasse il riscaldamento globale, l’ultimo periodo alla Pernigotti, storica azienda piemontese di cioccolato e torrone di qualità, emblema del made in Italy, è stato così bollente da far sciogliere, metaforicamente, l’intera produzione. Un anno vissuto pericolosamente a Novi Ligure, dove ha sede lo stabilimento fin dalla seconda metà dell’Ottocento. “Ora va meglio ma ancora navighiamo a vista”, tira le somme Roberto De Mari, delegato sindacale eletto nella Rsu sotto le bandiere della Flai Cgil.

Cinque milioni e 300mila euro bruciati in sei mesi: era questo il deficit della Pernigotti il 30 giugno dello scorso anno. Numeri che dimostravano le gravi difficoltà finanziarie dell’azienda novese, dal 2013 in mano al gruppo turco Toksos, che in risposta aveva manifestato l’intenzione di chiudere la fabbrica, o al massimo esternalizzare la produzione dei gianduiotti, per puntare solo sulla commercializzazione del prodotto. Tenendosi però il marchio. Con un patrimonio netto sceso a poco più di mezzo milione di euro (0,6 milioni), il gruppo turco era stato costretto addirittura a una ricapitalizzazione di tre milioni. Davvero un brutto momento per la storica fabbrica di torroni, cioccolatini e creme spalmabili, nata nel 1868.

“Dopo un anno sulle montagne russe, nell’agosto scorso, un raggio di sole - racconta De Mari - i turchi di Toksos accettavano di vendere il marchio Maestri Gelatieri, con i suoi 36 lavoratori impegnati nelle strutture commerciali (21) e produttive (15), all’imprenditore romagnolo Giordano Emendatori, titolare di un gruppo leader del settore. Al tempo stesso veniva reindustrializzata la produzione di cioccolato e torrone, affidata alla cooperativa Spes di Torino”. Ai turchi di Toksos sarebbero rimasti solamente la struttura di commercializzazione in Italia e soprattutto il brand, il marchio Pernigotti, secolare garanzia di qualità, basti pensare agli squisiti Gianduiotti che tutti abbiamo avuto modo, una volta o l’altra, di assaggiare. Deliziati.

Tutto è bene quel che finisce bene? Meno di un mese fa, il 30 settembre, l’accordo avrebbe dovuto essere firmato definitivamente. Ma all’improvviso il colpo di scena, come in un film di azione. Prima si rompono le trattative fra Pernigotti e Giordano Emendatori per la cessione del comparto gelati, subito dopo Toksos rescinde il contratto preliminare con la Spes di Torino: è il caos, a pochi mesi dalla scadenza degli ammortizzatori sociali (5 febbraio 2020), senza possibilità di rinnovo per tutti i lavoratori, quasi un centinaio.

“Comunque Pernigotti aveva un piano B di nome Optima, anche essa azienda leader nella produzione di ingredienti per il gelato - spiega De Mari - ironia della sorte creata proprio da Giordano Emendatori e poi ceduta”. Tu quoque.... Riepilogando, l’autunno si è aperto con la decisione dei turchi di Toksoz di voler proseguire la produzione di torrone e cioccolato nello stabilimento di Novi Ligure, mentre il comparto creme per gelati è passato appunto, con il marchio e la rete commerciale, alla Optima. “Certo ne abbiamo viste di cotte e di crude. E non sono ancora completamente chiare le prospettive di rilancio e i piani di investimento”, aggiunge De Mari, attualmente impiegato insieme ai suoi compagni di lavoro nelle produzioni di un periodo importante come quello natalizio. “Siamo rimasti un po’ indietro, organizzeranno anche i turni notturni. Una parte del nostro lavoro è ‘stagionale’, si pensi solo alla produzione dei torroni per il Natale”.

Per giunta nella fabbrica di Novi Ligure sono costretti a fare i salti mortali, perché lo stabilimento, vecchiotto, avrebbe bisogno di una robusta rinfrescata, a partire dai macchinari. “Non siamo la Ferrero”, scherza De Mari. La speranza è che grazie ai soldi arrivati da Optima vengano fatti degli investimenti. “Fino ad oggi ci siamo occupati di tutto, cioccolato, torrone e gelateria. Io sono a Novi da undici anni, ma c’è chi lavora qui dentro da trent’anni e passa. Noi addetti ‘organici’ siamo una novantina, con gli stagionali possiamo arrivare a centoventi. Questi ultimi sono anch’essi degli esperti, visto che l’azienda li sta richiamando sistematicamente, da anni. Solo chi riesce a trovare un lavoro per l’intero arco dell’anno non torna. E allora c’è un piccolo turnover. La nostra attenzione, naturalmente, è finalizzata a stabilizzare il più possibile questi nostri compagni di lavoro”.

Quando De Mari entrò in Pernigotti, nel 2008, l’azienda faceva parte del gruppo Averna. “I rapporti di lavoro erano buoni, ma la fabbrica non era certo all’avanguardia, già soffriva di mancanza di innovazione. Però non c’era la sensazione di essere in crisi, non c’è mai stata. Non abbiamo capito come sia stato possibile contrarre tutti quei debiti in pochi anni”. Un thrilling al cioccolato, che ora sembra avviarsi verso la fine.

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