Le fibrillazioni politiche nel governo sulla manovra economica - di Alfonso Gianni

Paradossalmente, i pericoli per la manovra economica sembrano provenire, più che dagli arcigni guardiani dei conti della Ue, dalle fibrillazioni interne alla nuova maggioranza. La lettera di chiarimenti della Ue è arrivata. Il punto critico segnalato è uno scostamento di sette decimali sul deficit strutturale, che aumenta di uno 0,1% in più, mentre Bruxelles voleva uno 0,6% in meno. Tuttavia il ministro dell’economia Gualtieri non si mostra preoccupato e qualche motivo ce l’ha. Nella sua risposta alla Ue può sottolineare il calo dello spread, che stando ai dati del 22 ottobre si era attestato sotto i 130 punti, il che ovviamente comporta un sostanzioso risparmio sugli interessi del debito pubblico. D’altro canto la Commissione è a fine mandato, e non ha particolare motivo per accanirsi sul caso italiano. Le preoccupazioni principali nella Ue sono tutte concentrate sull’intricatissimo nodo della Brexit. Anche se Pierre Moscovici, il cui incarico verrà rilevato da Paolo Gentiloni, non vuole lasciare con la fama del “mollaccione”, non sembra che la manovra vada incontro ad una bocciatura da parte della Ue. Almeno nella sua versione attuale. E qui sta il punto.

Le preoccupazioni europee e del Presidente del consiglio si spostano su cosa accadrà in Parlamento, ove quella fibrillazione interna alla maggioranza, che si cerca di contenere se non spegnere in incontri bilaterali fra Conte e le singole forze di governo, potrebbe riesplodere all’improvviso e non necessariamente su argomenti in sé decisivi. Per questo Conte ha messo le mani avanti, affermando che “dal Parlamento arrivano proposte ma la manovra non sarà stravolta e non temo conflitti alle camere”. Sembra più una excusatio non petita che una convinta rassicurazione.

D’altro canto il tiepido feeling fra il governo e il mondo imprenditoriale sembra segnare una brusca battuta d’arresto. Le tassazioni previste sulla plastica e sulle bevande gassate, la cosiddetta sugar tax, hanno irritato non poco i settori interessati, tanto da guadagnare un editoriale del Sole 24 Ore (22 ottobre) in loro aperta difesa. Non a caso la nuova formazione di Renzi accusa il Pd, e quindi il governo, di essere un alfiere delle tasse. Anche qui il merito è sproporzionato per difetto rispetto alle reazioni, ma proprio questo dimostra che la ricerca del casus belli è oramai aperta.

Dal canto suo il M5s cerca un protagonismo spendibile per recuperare un consenso elettorale in caduta libera. Gli va stretta una collocazione tra la figura di Conte, che per quanto pallida acquista autorevolezza e indipendenza (tutto è relativo nella vita), e il peso del Pd che, pur indebolito e bersagliato dagli scissionisti renziani, si fa sentire soprattutto sulle tematiche economiche.

Alcuni punti controversi sembrano in via di soluzione dopo il giro di incontri/scontri, altri meno. Tra i primi vi è il “carcere per gli evasori” pare al di sopra dei 100mila euro, con un inasprimento delle pene, ma i grillini lo vorrebbero nel decreto fiscale, mentre il Pd opta per un disegno di legge più ragionato. La temutissima multa per i commercianti che non fanno usare il bancomat per gli acquisti sembra spostata a luglio, con l’intenzione nel frattempo di rivedere l’entità delle commissioni bancarie. Più nebulosa appare lo scenario sulla mini flat tax varata dal precedente governo. Ancora non è chiaro nei dettagli, che in questa materia contano, quale sarà la sorte del regime forfettario per le partite Iva sotto i 65mila euro. Potrebbe avvenire con una divisione in due, fissando la spartiacque attorno ai 30mila euro, sotto i quali il regime forfettario sarebbe obbligatorio, mentre al di sopra diventerebbe opzionale. Ma il condizionale è d’obbligo.

Come si vede, è poca roba per giustificare grandi risse, se queste non fossero alimentate da ambizioni squisitamente politiche, e il termometro potrebbe variare a seconda dell’esito delle elezioni regionali umbre del 27 ottobre, diventate un test rilevante per misurare lo stato di salute della maggioranza. Nel frattempo il governo continua a fidarsi sulla sua capacità di recupero della evasione fiscale, la cui entità è stata prudentemente dimezzata da 7 a 3,2 miliardi. Siamo molto lontani da una discussione seria in un paese nel quale il tasso di evasione è tra i più alti nella Ue. Una evasione diffusa che richiede una strumentazione - che non esiste - per combatterla. Altro che tasse sulle merendine. Tutti i maggiori studiosi internazionali, da Piketty a Fitoussi, ci spiegano che non se ne esce senza un’adeguata tassazione patrimoniale. Ma qui da noi è vietato persino parlarne.

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