Taglio dei parlamentari: uno svilimento di sovranità popolare e rappresentanza - di Giordana Pallone

La Camera, l’8 ottobre scorso, ha approvato in via definitiva il disegno di legge costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari di oltre un terzo, portando da 630 a 400 il numero dei Deputati e da 315 a 200 quello dei Senatori. La nuova disposizione, non essendo stata approvata con il quorum di due terzi, non entrerà in vigore prima che siano trascorsi tre mesi in cui un quinto dei componenti di una Camera, cinque consigli regionali o 500mila elettori possono richiedere il referendum confermativo. Successivamente, dal momento dell’entrata in vigore, dovranno trascorrere ulteriori sessanta giorni necessari alla rideterminazione dei collegi elettorali, e solo in seguito la nuova disposizione sarà pienamente operativa.

“Una riforma storica che ricorderanno tutti”, così ha definito il ministro Luigi Di Maio la riforma bandiera del Movimento 5 Stelle. Storica sì, perché le modifiche costituzionali, proprio per la straordinarietà che dovrebbe contraddistinguerle, devono essere attentamente ponderate e fondate su solide argomentazioni, e questa non lo è stata. E la ricorderemo tutti sì, come l’atto con cui si è formalmente sancita la vittoria della propaganda demagogica sulla centralità del Parlamento, barattando un risparmio irrisorio (57 milioni annui, 285 a legislatura, lo 0,007% della spesa pubblica) con lo svilimento della sovranità popolare e della rappresentanza.

I sostenitori della necessità del taglio dei parlamentari hanno cercato argomentazioni nel paragone con gli altri paesi europei. Un’argomentazione volutamente capziosa perché non tiene conto di un elemento sostanziale dato dalla diversa articolazione e funzione attribuita alle Camere negli altri paesi. E, soprattutto, della necessità - per dare un qualche fondamento al paragone - di considerare il numero degli eletti rapportato alla popolazione. Ora l’Italia avrà il secondo peggior rapporto parlamentari/popolazione tra i paesi europei, con un parlamentare eletto ogni 100.599 cittadini, a fronte del rapporto attuale di uno ogni 63.872 (il sesto tra i 28 Paesi Ue).

La riduzione dei parlamentari, dunque, oltre a non trovare ragione in nessuna delle argomentazioni apportate dai proponenti – diversa sarebbe stata una riduzione nel quadro di una ridefinizione delle funzioni tra le due Camere con la creazione di una seconda camera rappresentativa delle Regioni e delle autonomie locali - si caratterizza per una mera riduzione della rappresentatività del futuro Parlamento, aggravata da due disposizioni di natura ordinaria cui è difficile prescindere: l’attuale legge elettorale e il sistema di finanziamento della politica.

La vigente legge elettorale, secondo le principali simulazioni, potrebbe portare in alcuni territori a escludere le formazioni politiche al di sotto del 15% dei consensi dall’attribuzione dei seggi per il Senato. Una palese riduzione del pluralismo politico e della rappresentanza dei partiti minori.

A prescindere dal sistema elettorale, non è trascurabile il legame con l’avvenuta abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, già di per sé criticabile. I collegi – per quanto ottimamente potranno essere ridisegnati – copriranno un territorio più vasto di quelli attuali e i candidati dovranno rivolgersi a una platea di elettori molto più ampia. Dunque, oltre a divenire più difficoltoso il rapporto eletto/elettore, sarà necessario un ingente quantitativo di risorse, sia per le campagne elettorali sia per l’auspicabile mantenimento dei legami con il territorio di elezione. Un quantitativo di risorse che non essendo alimentabile dalla collettività, tramite un sistema pubblico e trasparente, dipenderà dalle donazioni di soggetti privati che vorranno investire su un determinato candidato o in una determinata formazione politica, o - come il nostro paese ha già visto accadere – su cittadini dotati delle necessarie disponibilità economiche che decideranno di candidarsi direttamente, diventando una – pericolosa - “democrazia degli ottimati”.

Gli annunciati - al momento solo nei titoli - interventi regolamentari, ordinari (legge elettorale) e di riforma costituzionale “compensativi” (elettorato attivo e passivo di Camera e Senato, collegi pluriregionali per il Senato, ...) non superano le criticità rilevate e, anzi, in alcuni casi rischiano di mortificare ulteriormente il ruolo del Parlamento (come le ipotesi di assicurare tempi certi di deliberazione per le iniziative legislative del governo).

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