Il discorso di Ursula - di Roberto Musacchio

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Le scimmiottature degli Usa continuano. Dopo “Europa first” ora Ursula von der Leyen copia il “Discorso sullo Stato dell’Unione”. D’altronde gli “Stati Uniti d’Europa” sono uno slogan che da tempo copre una realtà ben diversa. Si può pensare quello che si vuole degli Stati Uniti d’America, ma sono una “entità” di forma e di fatto. Con regole e comportamenti. L’Unione europea è una cosa sostanzialmente definita dalla categoria di governance, che è intrinsecamente “riduzionistica”, per citare Luhmann, il teorico della governabilità semplificata.

Nonostante l’enfasi la presidente della Commissione, e la Ue non riescono, e forse non vogliono, cambiare questo stato di cose. Il discorso di Von der Leyen “vibra” per la pandemia, indica priorità come la salute, il digitale, il verde, la responsabilità comune sui migranti, ma il tutto nel quadro di quello che la Ue resta, e cioè una unione funzionalistica di mercato.

È dai tempi di Delors che ci sono “buone intenzioni” che però si basano sulla categoria dell’innovazione e si affidano al mercato interno. Prendiamo la sanità. Nonostante la pandemia non c’è stata nemmeno una gestione comune delle regole e della sicurezza sanitaria. Neanche alle frontiere. Non c’è nessuna idea di un servizio sanitario europeo che poteva essere messo in campo già adesso con presidi sanitari europei alle frontiere.

D’altronde la sanità è materia formalmente delegata agli Stati membri, salvo poi aver inviato 60 lettere con richieste di tagli per ragioni di bilancio con gli effetti drammatici conosciuti. Si è pensato a una Direttiva per la sanità transfrontaliera che si basasse sostanzialmente sul rimborso pubblico ai privati in un sistema assicurativo. E ora si tiene il Mes per prestiti individuali agli Stati per la sanità. Quel Mes di cui torna d’attualità la firma della modifica che prevede anche la ristrutturazione dei debiti contratti, cioè misure draconiane.

Ma perché non dare corso e corpo alla priorità indicata verso la salute facendo il contrario? Si scioglie il Mes. Si recuperano i soldi e ci si fa un fondo per un Servizio sanitario europeo che curi gli aspetti transfrontalieri e l’adeguamento dei servizi nazionali a standard europei. L’Italia, ad esempio, ha un gap quantitativo, qualitativo e di età media elevatissima nel lavoro sanitario, e in tutto quello pubblico, che chiede centinaia di migliaia di assunzioni pubbliche per il pubblico. Dovrebbe essere il cuore del Recovery ma non lo è.

E il digitale e il verde li si fanno col mercato interno o promuovendo grandi campioni pubblici europei che siano protagonisti del cambiamento? Sono vent’anni che si devono fare digitale ed economia verde. Non si sono fatte. Perché? Perché la Storia insegna che la ricostruzione dell’Europa dopo la guerra si è fatta col pubblico, il welfare e il lavoro.

Il mercato interno ha prodotto l’assurdo che, dal 2000 ad oggi, le tasse sulle imprese in Europa sono scese in media dal 32% al 20,5% e quelle sulle multinazionali digitali stanno al 9%, ma non c’è sviluppo. Tantomeno lavoro, vista la situazione drammatica. E due crisi epocali, prima la finanza e poi il Covid.

Questo trentennio di Ue di mercato ha prodotto arretramento strutturale economico e sociale. Ma il discorso della presidente questa gabbia non la rompe. Anzi la ripropone. 

Così come la lettera di Dombrovskis e Gentiloni a Gualtieri dei giorni scorsi ricorda che ben presto i conti dovranno tornare.

Per i migranti poi la “politica di condivisione” si concretizza in espulsioni sponsorizzate. Che rischiano di essere collettive minando il diritto individuale. Non a caso gran parte di Visegrad fa parte della attuale maggioranza europea non solo numericamente.

È ora di mettere in campo un altro discorso che riporti alle radici. Adeguate tassazioni europee per piani pubblici di welfare e di innovazione. Altrimenti stiamo alle chiacchiere.

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