Sulle elezioni regionali in Toscana - di Maurizio Brotini

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Le recenti elezioni regionali in Toscana rappresentano un dato politico di portata nazionale. La destra a trazione Salvini-Meloni perde la sfida ma ottiene più di 718mila voti a fronte dei 400mila scarsi del 2015, quando si è presentata divisa. Forza Italia ne prende meno di 70mila a fronte di più di 218mila di Fratelli d’Italia e 352mila abbondanti della Lega. La destra mantiene inoltre la maggioranza in metà delle province e perde sostanzialmente per il risultato a favore dello schieramento democratico ottenuto nell’area forte della Toscana centrale con propaggini a Livorno e Siena. Si conferma, per il centrodestra, una prevalenza della costa e delle aree interne, particolarmente marcata nei comuni di piccole dimensioni. Alle elezioni europee il centrodestra era sopra di almeno 4 punti percentuali e governa attualmente città come Pisa, Grosseto, Arezzo (ora al ballottaggio), Siena, Massa e Pistoia.

Il centrosinistra ottiene sul candidato presidente più di 863mila voti, pari al 48,62% dei consensi; le liste che lo sostenevano poco più di 761mila, con un differenziale di più di 102mila voti. Un candidato niente affatto debole sul piano elettorale quindi, capace di sommare su di sé voti di sinistra esterni alla coalizione, e dei 5Stelle.

L’affluenza complessiva è stata del 62,6%, pari a 1.870.283 votanti, a fronte del 48,28% del 2015, dove il candidato del centrosinistra vinse col 48,02%, pari a 656.920 voti, con poco più di 19mila voti in più della somma delle liste che lo appoggiavano. La differenza di votanti tra il 2015 ed il 2020 è stata dunque di quasi di 429mila elettori.

Il centrodestra si presentava diviso nel 2015 e la sinistra compatta fuori dall’alleanza col Pd; nel 2020 il centrodestra si è presentato compatto e la sinistra divisa con una lista nello schieramento di centrosinistra e una alternativa, con in più due partiti comunisti che hanno raccolto assieme più di 32mila voti.

Nel 2015 la Sinistra prese 85.870 voti (6,28%) sul presidente e 83.187 sulla lista eleggendo due consiglieri; nel 2020 la sinistra nel centrosinistra prende 47.875 (2,96%) e quella fuori 39.668 voti sul presidente (2.23%) e 46.314 alla lista (2,86%). Poiché per la legge regionale lo sbarramento è al 3% alle liste in coalizione, e al 5% per le liste in alternativa, non risulta eletto alcun consigliere. 

Il M5Stelle aveva avuto più di 205mila voti (15,05%) nel 2015, con 5mila voti in più al presidente che alla lista; oggi 113.692 voti (6,4%), con un numero di voti pressoché uguale tra lista e presidente. Infine nel 2015 abbiamo avuto 22.632 schede bianche e 50.876 nulle, nel 2020 ben 51.816 bianche e 40.421 nulle. Qualche prima considerazione. Il 2015 era il periodo del Jobs Act e dell’attacco forsennato del Pd di Renzi alla Cgil. Lo stesso candidato del centrosinistra Enrico Rossi aveva inserito nel programma di governo regionale “la Toscana laboratorio del Jobs Act”, e il centrodestra si presentava diviso. Era la situazione più propizia per un’affermazione elettorale per una sinistra unita alternativa al Pd: si era maturata nei lavoratori una frattura profonda nei confronti del Pd, e non vi era alcun rischio di una vittoria delle destre.

In questo 2020 invece la destra era compatta, vi era un rischio concreto di sua affermazione; e si era ricomposta la frattura dello scontro tra Cgil e Pd, o per meglio dire non era più così lacerante e foriera di diverse scelte elettorali in contrapposizione; e il Pd e il candidato del suo schieramento venivano considerato da larghi strati di elettorato come l’unica credibile alternativa ad un rischio di destra percepito come realistico. Il candidato del centrosinistra Eugenio Giani prende infatti più di 100mila voti eccedenti la somma delle liste di appoggio, la candidata dei 5Stelle più che dimezza i propri voti, come la sinistra al di fuori della coalizione, subendo anche un fenomeno di voto disgiunto, avendo votato inoltre quasi 429mila toscani in più.

Questo è il dato che appare più significativo sul piano generale: in Toscana era presente una significativa e qualificata Sinistra che più che in altre realtà poteva avere le carte per resistere elettoralmente. Se anche in Toscana questo non è accaduto significa che in questa fase si è chiusa la finestra di una Sinistra – e di un Movimento 5 Stelle per un altro verso - capace di esistere elettoralmente al di fuori dei due campi nei quali si sta ristrutturando il sistema politico italiano. La frattura sociale, di classe, non si politicizza ad un livello tale da reggere il risucchio del fronte largo contro le destre, e la questione sociale pare debba trovarsi uno spazio dentro e non contro il fronte democratico, individuando al contempo il nemico nella Confindustria di Bonomi. l

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