Gli errori di Pd e sinistre consegnano le Marche alla peggiore destra - di Aurora Ferraro

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Dopo 25 anni di governi di centrosinistra nelle Marche si insedierà una giunta di centrodestra, guidata da Francesco Acquaroli, Fratelli d’Italia, fortemente sponsorizzato da Giorgia Meloni. Oltre il 49% del 60% di marchigiani che si sono recati alle urne ha votato per un presidente che, il 28 ottobre scorso, partecipava alla cena organizzata da Fratelli d’Italia per rievocare la marcia su Roma, con tanto di ritratti di Mussolini, simboli fascisti, saluti romani, in una località vicino ad Acquasanta Terme nell’ascolano, luogo simbolo della Resistenza marchigiana.

Le proteste che ne seguirono si riversarono soprattutto contro Acquaroli, deputato della Repubblica, che si palesava uomo della peggiore destra, fascista e nostalgica. Nonostante ciò, la sua vittoria sul candidato Maurizio Mangialardi, proposto dal Pd e sostenuto da una coalizione quasi tutta riconducibile alle varie anime del partito, è stata schiacciante: Mangialardi si è attestato al 37,3%, dodici punti in meno del nuovo presidente. Questo disastroso risultato, combinato alla legge elettorale marchigiana, fa sì che il Consiglio regionale sarà composto da 19 consiglieri di destra su 30: un rullo compressore capace di schiacciare i fondamentali requisiti di democrazia e antifascismo che contraddistinguono la comunità marchigiana.

Non che l’esito non fosse annunciato, anche per la continua emorragia di voti dal Pd. Ma le sue dimensioni fanno comprendere quali e quanti errori siano stati commessi dal centrosinistra non solo nella campagna elettorale, ma nei mesi e anni precedenti, nella gestione e nell’amministrazione di una regione in gravissime difficoltà. A partire dalla grave crisi economica, che, dopo la fine del tanto decantato “modello Marche”, con le massicce delocalizzazioni e l’incapacità della classe imprenditoriale, ha cancellato migliaia di posti di lavoro, con tassi di disoccupazione tra i più alti della penisola.

In parallelo, nel 2016, un evento sismico disastroso, oltre a causare tante vittime, ha inferto un colpo mortale ad una vastissima zona a sud della regione. Le tante promesse per una rapida ed innovativa ricostruzione che rialimentasse l’economia, contenendo lo spopolamento di quel bellissimo territorio, sono rimaste tali. Al di là dell’edificazione di alcune centinaia di alloggi di emergenza, a quattro anni di distanza, in molti dei paesi colpiti non sono state neppure rimosse le macerie. Certamente molte sono le responsabilità del governo nazionale, ma molte anche di quello regionale, in primis del precedente presidente Pd, Luca Ceriscioli, che aveva avocato a sé la delega per la ricostruzione.

Altra delega che Ceriscioli aveva voluto per sé, contro tutto e tutti, era quella della sanità regionale: anche qui il saldo è negativo. La riduzione costante e continua delle risorse economiche e umane, unita ad una scarsa capacità organizzativa, ha determinato il taglio di strutture, a partire dalla chiusura di 13 ospedali non sostituiti da niente altro, mentre la mai risolta piaga delle liste d’attesa spinge sempre più i cittadini marchigiani o verso prestazioni private a pagamento, o alla rinuncia a cure e prevenzione. Per giunta, a pochi mesi dalle elezioni, nella fase più acuta della pandemia da Covid-19, Ceriscioli ha affidato a Guido Bertolaso, consulente della Regione Lombardia, la costruzione di un ospedale Covid per 100 (poi 84) posti letto in terapia intensiva, gemello del centro Covid di Milano, realizzato a Civitanova Marche per un costo di 12 milioni di euro, lievitato a 18, finanziato dal Corpo italiano dei cavalieri di Malta (?), che ha visto ricoverati, nella sua breve vita, ben tre pazienti!

Anche per questo il Pd ha ritenuto di non ricandidare Ceriscioli per il secondo mandato, imponendo l’altro suo candidato fin dall’inizio dell’estate, sbarrando la via a qualsiasi possibilità di una più ampia intesa. E pensare che sulla scena si era affacciato un candidato, l’ex rettore dell’Università Politecnica delle Marche, intorno al quale si sarebbe potuto costruire un ampio cartello di sinistra, comprendente forse lo stesso M5S. Ma il Pd ha preferito risolvere le sue beghe interne, piuttosto che pensare al destino della Regione.

Naturalmente anche la sinistra si è presentata debole e divisa con due candidati presidenti: uno, il docente dell’Università di Macerata, Roberto Mancini, di provenienza Leu; l’altro, l’avvocato osimano Fabio Pasquinelli, rappresentante del Pc. Nessuno dei due è stato eletto.

La fase che si è aperta nelle Marche suggerisce un’unica strada da percorrere: una forte ed estesa opposizione in tutto il territorio che deve partire da un drastico mutamento dei partiti della sinistra e del centrosinistra. Dovranno ripensare ad un nuovo progetto politico, il più possibile unitario, rinnovarsi profondamente, imparare ad integrarsi con quell’enorme patrimonio umano, fatto soprattutto di giovani, che pur non riconoscendosi nella politica tradizionale tanto ha da dire in tema di antifascismo, ambientalismo, difesa dei diritti umani e altro ancora. 

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