Campania: senza alternative - di Maria Vitolo

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Soffermarsi ad analizzare i risultati del voto regionale campano non può non scatenare emozioni di smarrimento e arrabbiatura, e nel contempo di sollievo per lo “scampato pericolo” del sorpasso delle destre, almeno per ora.

In Campania il presidente uscente De Luca, a sostegno della sua candidatura, non ha esitato a costituire ben 15 liste, con candidati e candidate che - pur rappresentando in molti casi diverse realtà sociali ed economiche della nostra regione, includendo tante persone per bene, impegnate nel sociale, nel terzo settore, nel volontariato - sono purtroppo servite solo a portare voti “utili”, garantendo ai veterani della politica e/o ai loro figli il posto di consigliere. Eletti che sono stati e saranno espressione di interessi di parte e mai collettivi.

Inoltre turba non poco, in una delle dichiarazioni sui risultati elettorali, un inciso del riconfermato De Luca: “Non è una vittoria di destra e di sinistra. Tante forze si sono unite per un progetto comune”. E ancora: “Credo che sia un dovere di onestà intellettuale chiarire che questo dato elettorale non può essere letto in termini di destra e di sinistra. La mia candidatura è stata espressa da tante forze moderate, e anche della destra non ideologica, che si sono riconosciute in un programma di governo”.

Ma in Campania quale poteva essere l’alternativa? La destra di Caldoro con Lega & associati? Neppure a pensarci. La sinistra? C’era, di qua e di là, frammentata, con la la “sinistra/sinistra” con due liste con candidati presidenti propri, la sinistra del Pd in altre liste in coalizione a sostenere De Luca, con tanti compagni e compagne. Insomma, ancora una volta purtroppo abbiamo fatto testimonianza, di qua e di là, perdendo un’occasione per tentare di avere rappresentanza in Consiglio regionale.

In definitiva è venuta a mancare la consapevolezza e il coraggio di costituire un soggetto politico collettivo autonomo, autorevole per le storie e le appartenenze politiche. È venuta a mancare, ai diversi soggetti progressisti, la responsabilità e la disponibilità a rivedere o a rinunciare a qualche punto dei propri progetti, fare sintesi, lavorare per elaborare un programma comune, per costituire l’unità a sinistra, una rete, una confederazione, un programma con la centralità del lavoro, della legalità e dell’ambiente. Un’idea, un tentativo che puntualmente intraprendiamo, che avviamo e dibattiamo, e che puntualmente naufraga, lasciandoci solo tanta amarezza, e un “poi ci riproveremo”.

Nel frattempo purtroppo il perpetuarsi del sistema malato dei capi corrente e dei candidati più votati continuerà, a danno della collettività tutta; reclameranno il loro diritto di “entrare” su tutto ciò che ritengono utile al mantenimento della loro primogenitura, al consolidamento delle proprie congregazioni. Ci resta l’orgoglio di dire “non certo con il mio voto”. Ma non basta più. Soprattutto quando il sistema fa leva e usa strumentalmente le esigenze, le speranze, della povera gente, dei precari, dei lavoratori, che purtroppo non sempre trovano altro sostegno intorno a loro, e si aggrappano alle illusioni alle promesse di chi sembra tendergli una mano.

Soprattutto quando la società civile progressista pensa di poter scalfire dall’interno un sistema malato, di contaminarlo con la buona politica, con i valori della nostra Costituzione per arginare le congregazioni, e poi si trova a non avere rappresentanza all’interno del Consiglio regionale campano.

Noialtri avremo un bel da fare nei prossimi mesi, anzi da subito. Il 26 settembre scorso sono stati superati i tetti di spesa per la sanità campana, una sanità allo sfascio, così tantissime donne e uomini della nostra Regione faranno una cosa semplice e pericolosa: rimanderanno le visite all’anno nuovo, perché non hanno la possibilità di pagare. È una questione collettiva, perché senza prevenzione la situazione si aggrava, e anche in termini di costi futuri diventa più pesante. È un circolo vizioso, frutto delle politiche sulla sanità perpetrate sia da Caldoro che da De Luca.

Invertire la rotta significa rilanciare la prevenzione, mettere nelle mani del pubblico la diagnostica, perché la nostra salute non può essere lasciata nelle mani dei privati e vincolata alle disponibilità economiche dei singoli. E così sarà per le tante vertenze che gravano sulla nostra regione.

Il panorama è scoraggiante, ma chi come noi, consapevoli dei propri errori, non rinuncia al cambiamento e crede che sia possibile un cambio di rotta, deve resistere e continuare ad insistere, affinché si possano creare le condizioni per costituire una confederazione a sinistra, che si ripresenta per rinnovare la politica con valori morali e passione, con un programma che innovi la politica tutta, dal sociale all’ambiente. Quindi, al lavoro e alla lotta!

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