Nessuno scambio fra il Recovery fund e lo stato sociale - di Giacinto Botti e Maurizio Brotini

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Che bisogno ha il primo ministro di ribadire quello che è già noto e deciso per legge, e cioè che “quota 100” finirà il 31 dicembre 2021? E perché crescono gli attacchi strumentali al reddito di cittadinanza? Difficile sfuggire all’impressione che sia cominciata, mediaticamente prima ancora che nelle sedi istituzionali, la campagna di rassicurazione e scambio con le istituzioni europee in vista dei finanziamenti del Recovery fund, e magari anche del Mes, con troppa faciloneria indicato come una opportunità da non perdere. Le condizionalità ci sono – vedi il legame al semestre europeo – e sono le solite: taglio a pensioni e stato sociale. La grande crisi economico-finanziaria di un decennio fa, da questo punto di vista, non ha insegnato niente.

Sono noti i gravi limiti dei due istituti voluti dal governo giallo-verde Conte 1. Ma al Conte 2 non dovrebbe sfuggire – a meno che non si tratti solo di pura facciata – che sul dopo “quota 100” è aperto un negoziato con il sindacato confederale, perché il nodo, allora come oggi, è quello del superamento definitivo della legge Fornero.

La piattaforma Cgil, Cisl e Uil sulla previdenza e le modifiche strutturali della Fornero e delle iniquità del sistema contributivo restano al centro dell’iniziativa sindacale per riconquistare flessibilità in uscita, certezza di pensioni adeguate per lavoratori e lavoratrici con carriera discontinua e occupazioni precarie (pensione di garanzia), la fine della rincorsa – sia in termini di età ed anni lavorativi che di rendimenti – dell’aspettativa di vita.

E’ necessaria una riconsiderazione sia del welfare aziendale, in contraddizione con l’universalità della sanità pubblica, sia della seconda gamba pensionistica affidata ad una dimensione finanziaria a redditività decrescente.

Anche gli evidenti limiti del reddito di cittadinanza, soprattutto in termini di mancata universalità, non possono che essere superati in avanti, allargando la platea, irrobustendo i sussidi, rompendo l’ambiguo e giocoforza inconcludente legame con le “politiche attive del lavoro”. Blocco dei licenziamenti, centralità del rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario: sono queste le vere misure per creare e difendere l’occupazione. Devono essere assi trasversali di ogni investimento del Recovery plan. Tutto il contrario di quanto pretende, con la consueta arroganza padronale, la Confindustria bonomiana, nel suo evidente disegno di restaurazione, anche attraverso un nuovo “patto sociale” per noi del tutto improponibile.

La battaglia, in Italia e in Europa, è appena all’inizio, e la Cgil deve condurla senza farsi incantare dalle sirene del vecchio europeismo neoliberista che continua ad essere dominante, anche nelle necessarie scelte keynesiane che la pandemia e le sue conseguenze economiche e sociali hanno imposto.

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