La precarietà fa male? (discorrendo del buco alla conca) - di Maurizio Brotini

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È ora di far corrispondere la pratica contrattuale e un modello organizzativo adeguato alla giusta linea dell’eguaglianza dei diritti e della ricomposizione del mondo del lavoro frammentato dalla precarietà. 

Che il pacchetto Treu, del lontano ma vicinissimo 1997, non fosse funzionale alla flessibilità ma a destrutturare la forza dei lavoratori e delle lavoratrici, squadernando le più varie e inverosimili tipologie di lavoro, sembra ormai – almeno a sinistra – cosa acclarata. Se anche del senno di poi sian piene le fosse, meglio tardi che mai. All’epoca fu votato praticamente all’unanimità da un centro-sinistra largo, che vedeva coinvolta nella maggioranza di governo la stessa Rifondazione comunista. La maggioranza della Cgil approvò, declinandolo nella fattispecie della flessibilità organizzativa funzionale alle trasformazioni “oggettive” del mercato del lavoro, da governare attraverso la contrattazione.

Per memoria storica, e per il fastidio della massima che di notte tutti i gatti sono bigi, corre l’obbligo - sommessamente – di riportare alle cronache dell’oggi che vi fu chi da subito lesse politicamente tali scelte come attacco alla forza ed all’unità sostanziale del mondo del lavoro, e portò – argomentandole – tali posizioni nel corpo degli iscritti della Cgil nella fase congressuale. Non era dunque impossibile, per chi avesse occhi per vedere, leggere nel merito la natura e il segno politico del provvedimento.

In Cgil, come accennato, oggi questo giudizio è ampiamente diffuso e condiviso, ribadito dal segretario generale Maurizio Landini anche nel recentissimo intervento all’iniziativa di ascolto del Pd zingarettiano. A tale consapevolezza occorre far seguire pratiche e proposte sindacali e politiche coerenti, recuperando nel corpo vivo del lavoro forza e credibilità.

Occorre quindi eliminare l’articolo 8 del decreto Sacconi, che permette tramite accordo sindacale di derogare in peggio i contratti nazionali; avere una legge sulla rappresentanza; ripristinare e allargare le coperture dell’articolo 18 come da Carta universale del lavoro, e disboscare la giungla delle tipologie contrattuali. Occorre farlo contestualmente, anticipando nella pratica ciò che la legge dovrà recepire, misurando nella materialità dei posti di lavoro e delle filiere del valore l’effettivo rapporto di forza tra il Lavoro e il Capitale.

Non ci sono scorciatoie: prima si ricompone socialmente e sindacalmente un mondo del lavoro frantumato, poi questa ricomposizione assurgerà a norma legislativa. Così è stato storicamente, e così è per tutti i giuslavoristi che abbiano un approccio storicistico al tema. Così, mentre noi dovremmo chiedere al Parlamento almeno di discutere la Carta dei diritti, dobbiamo anticipare nelle pratiche materiali ciò che chiediamo al legislatore.

Ma qui casca l’asino: quale è la nostra forza e credibilità nel chiedere una legislazione che favorisca e sancisca il primato dell’orizzontalità sub specie dell’eguaglianza a prescindere dalle tipologie contrattuali, quando la nostra pratica reale continua a privilegiare la verticalizzazione categoriale con effetto di trascinamento sulla tipologia degli iscritti e degli interessi primariamente rappresentati? E rimanendo sul tema della Carta, fondativo del nostro rinnovato essere, quanto lavoro autonomo economicamente dipendente abbiamo iscritto e rappresentato?

 

Al Congresso abbiamo scelto – sostanzialmente accettato – di tener separata linea politica dal modello organizzativo. Ma cosa accade quando - forse - il modello organizzativo confligge materialmente e oggettivamente con la linea politica, ovvero con il nuovo perimetro di rappresentanza necessario a far sì che la linea non sia una pura esercitazione retorico-formale? Discutiamone.

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