La lezione di Ilaria Cucchi non va dimenticata - di Riccardo Chiari

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Un pestaggio che nella requisitoria del pubblico ministero Musarò è stato definito “degno di teppisti da stadio”. Poi i depistaggi, scientifici, a partire dal verbale di arresto per proseguire con il tentativo di accusare tre agenti della polizia penitenziaria, e ancora i medici dell’ospedale. E’ stata lunga la ricerca della verità per l’omicidio di Stefano Cucchi, 31 anni, massacrato di botte nella caserma della stazione Appia dei carabinieri, dopo il suo fermo per detenzione di stupefacenti, e morto una settimana dopo, il 22 ottobre 2009, all’ospedale Pertini di Roma.

Soltanto ora, dopo dieci lunghi anni e vari procedimenti dovuti ai depistaggi, il calvario del giovane geometra è stato analizzato senza zone d’ombra. Il processo, sia pur di primo grado, ha attribuito ai due carabinieri che massacrarono il giovane, Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo, la responsabilità della sua morte, ed entrambi i militari sono stati condannati a 12 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale.

Nonostante l’evidenza dei fatti, l’ineffabile Matteo Salvini non ha ritenuto necessario scusarsi per aver diffuso, forte della sua popolarità, tutta una serie di false notizie sul conto di Stefano Cucchi. Anzi l’ex ministro dell’Interno, leader della Lega, commentando a caldo la sentenza della prima Corte d’Assise di Roma, ha ripetuto il mantra: “Non mi scuso – ha ribadito Salvini - questo dimostra che la droga fa male”.

Per questo Ilaria Cucchi, che ha sempre lottato perché si arrivasse alla verità, ha deciso di querelarlo: “Il signor Matteo Salvini non può giocare sul corpo di Stefano. Non posso consentirglielo. Anch’io sono contraria alla droga come alle truffe ai danni dello Stato, come alla corruzione, come ai rimborsi fasulli a spese dei cittadini normali, come me, che pagano le tasse e non hanno 80 anni per mettersi in pari. E non amo i diamanti”. Una lezione, quella della sorella di Stefano, da non dimenticare.

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