Continuano i negoziati commerciali tra Unione europea e Cina - di Monica Di Sisto

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Quasi 300 organizzazioni della società civile, incluse le Global Unions, dopo lo scoppio del Covid hanno chiesto alle istituzioni internazionali di fermare i negoziati commerciali, e darsi nuove priorità di giustizia sociale, ambientale ed economica. 

“La crisi attuale non ci offre altra scelta che lavorare fianco a fianco con i nostri partner globali, compresa la Cina. Unendo le forze possiamo riprenderci più rapidamente dal punto di vista economico, e compiere progressi in settori di reciproco interesse come il commercio e le relazioni di investimento”. Lo ha detto il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis, che ha raccolto le competenze del Commercio internazionale dal dimissionario Phil Hogan, al termine dell’ottavo summit Eu-Cina che si è tenuto dal 20 al 24 luglio scorso, online.

L’Europa si è presentata all’High-Level Trade and Economic Dialogue (Hed) con la Cina del giugno scorso, e ai giorni di negoziato del Comprehensive Agreement on Investment di fine luglio, con l’obiettivo di concordare una risposta congiunta al coronavirus e alle questioni di governance economica globale, al commercio bilaterale, e alle preoccupazioni sugli investimenti e sulla cooperazione nel settore dei servizi finanziari e della fiscalità.

La parola d’ordine è “reciprocità”, perché la Cina, nonostante l’ingresso nel 2005 nell’Organizzazione mondiale del commercio, tiene saldi i principi del suo modello di capitalismo di Stato, senza fare un passo indietro sulle partecipazioni e il controllo pubblici nelle attività di impresa nel territorio cinese. L’Unione europea, economia aperta e proiettata sull’export grazie a una competizione interna ed esterna fondata sempre di più sulla deregulation commerciale e regolatoria, sa di presentarsi con armi spuntate, e prova in ogni occasione con la moral suasion a spingere perché “la Cina si impegni in una seria riforma del sistema multilaterale e del suo sistema legislativo, per rimuovere le barriere esistenti che impediscono l’accesso al mercato cinese degli esportatori di beni e servizi dell’Ue, nonché degli investitori europei. Un simile approccio da parte della Cina mostrerebbe un livello di responsabilità che riflette la sua importanza economica e commerciale” [i].

Quanto questo obiettivo sia assolutamente irrealistico è dimostrato dal fatto che gli Stati Uniti, che nel 2018 avevano eretto barriere tariffarie ritorsive da 200 miliardi di dollari contro la Cina, postulando che fossero necessarie per arginare le ricorrenti violazioni alla proprietà intellettuale e il trasferimento forzoso di tecnologie, siano stati condannati dal panel di legali dell’Organizzazione mondiale del commercio perché non avrebbero adempiuto al loro onere di dimostrare che le misure decise fossero al momento giustificabili [ii]. Nonostante le reazioni scomposte del ministro al Commercio Usa, Robert Lighthizer, che ha annunciato che “l’amministrazione Trump non permetterà alla Cina di utilizzare la Wto per avvantaggiarsi sui lavoratori americani, le imprese, gli agricoltori e gli allevatori” [iii], questo pronunciamento dimostra che l’approccio cinese al capitalismo globalizzato – che non sacrifica il mercato interno, ha scelto di aumentare i salari minimi nonostante la guerra commerciale con gli Usa per rafforzarlo, pur perdendo di competitività esterna [iv], e non rinuncia all’idea di uno Stato-imprenditore nei settori strategici – pur non mettendo in discussione l’economia di mercato e il profitto li interpreta a suo modo, senza violare il quadro di regole che la governance della globalizzazione si è data.

Nella “guerra fredda” tra Cina e Usa l’Unione europea prova a giocare un ruolo di polo geopolitico attrattore, essendo la Cina il suo secondo partner commerciale dopo gli Stati Uniti, e funzionando come primo mercato di sbocco al mondo per le merci cinesi. La Cina e l’Europa prima del Covid-19 scambiavano in media oltre un miliardo di euro al giorno in un rapporto in cui l’Ue era, però, stabilmente in deficit. Proprio per quelle ragioni che l’Unione classifica come “mancanza di trasparenza, politiche industriali e misure non tariffarie che discriminano le società estere, forte intervento del governo nell’economia, che si traduce in una posizione dominante per le imprese di proprietà statale, accesso ineguale a sussidi e finanziamenti a basso costo, scarsa protezione e applicazione dei diritti di proprietà intellettuale” [v]. Ma che la Cina considera semplicemente scelte politiche afferenti alla sovranità conferitale dal popolo, a prescindere da come le si legga a Bruxelles.

L’Italia, in questo contesto, gioca una partita tutta nazionale fatta di una relazione millenaria con la Cina, che è diventata il principale partner commerciale in Asia, e piazzandosi come quarto partner commerciale della Cina nell’Unione europea. Entrambe le parti dimostrano un atteggiamento accogliente nei confronti degli investimenti reciproci. Gli investimenti diretti della Cina in Italia hanno superato i 10 miliardi di dollari, e ci sono più di 6mila progetti di investimenti italiani in Cina [vi]. Nel direttivo della Camera di commercio di Pechino, recentemente rinnovato, figurano aziende partecipate e non come Snam, Fincantieri, Bonfiglioli, Bracco, Modula, Piaggio, Nordica, Goldengoose [vii], e i governi Conte I e II hanno dato enorme impulso alle relazioni commerciali bilaterali, a partire dall’adesione alla strategia commerciale cinese “Belt and Road Initiative“ [viii], di cui gran parte dei contenuti restano però sconosciuti, e protetti da un suggestivo ‘segreto commerciale’.

Le domande di fondo per quanto riguarda la politica commerciale italiana, pur nel quadro della strategia della Commissione europea cui con il Trattato di Lisbona abbiamo delegato il mandato a negoziarla per il nostro Paese, rimangono sempre le stesse: ci avvantaggia o ci danneggia, come lavoratori e cittadini, una relazione privilegiata con la Cina? Se il governo italiano ha negoziato e sottoscritto, nei giorni del lockdown, un Patto per l’export solo con la parte datoriale[ix], chi può garantire che l’impatto di un flusso commerciale bilaterale rafforzato non lo paghino i lavoratori dei settori interessati, o di quelli esclusi? O che lo paghino tutti i cittadini in termini di aumento dell’inquinamento, o di pressione sul mercato interno? D’altro canto però l’assenza di un tavolo ampio e partecipato sulle politiche commerciali ci impedisce, ad esempio, di poter valutare che cosa può suggerire quel modello di gestione della produzione e degli scambi a forte centralità statale, a una governance globale in crisi di identità.

Quasi 300 organizzazioni della società civile, insieme a reti sindacali tra cui la Confederazione Internazionale dei Sindacati (Ituc), Education International, la Federazione Internazionale dei lavoratori dei trasporti (Itf), la Federazione internazionale dell’agricoltura e della ristorazione (Iuf), Public Services International (Psi) e Uni Global, hanno chiesto, dopo lo scoppio del Covid, alle istituzioni internazionali, regionali e nazionali, ai vari livelli della governance globale, di fermare i negoziati commerciali in corso, e di promuovere una valutazione dell’effetto combinato della recessione preesistente alla pandemia e della nuova crisi, dandosi nuove priorità anche per questi trattati, da finalizzare alla giustizia sociale, ambientale ed economica [x].

Partire dall’Italia, osservatorio privilegiato per le relazioni con la Cina, alla vigilia di un G20 di cui l’Italia sarà presidente di turno, per valutare e ripensare i dogmi del commercio attuale in un tavolo interistituzionale partecipato stabilmente da sindacati e attori sociali, potrebbe essere un contributo non di circostanza alla tenuta del Paese, a fronte della recessione post-Covid.

 

[i] https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_20_1419

[ii] https://www.wto.org/english/news_e/news20_e/543r_e.htm

[iii]https://www.ilsole24ore.com/art/la-wto-boccia-guerra-commerciale-trump-contro-cina-ADSqadp

[iv]https://www.askanews.it/economia-estera/2019/08/21/cina-aumenta-salari-minimi-nonostante-guerra-commercio-con-usa-pn_20190821_00094/

[v] https://ec.europa.eu/trade/policy/countries-and-regions/countries/china/

[vi] https://www.fmprc.gov.cn/ce/ceit/ita/sbdt/t1809788.htm

[vii]https://www.ilsole24ore.com/art/commercio-italia-cina-bazzoni-cosi-traineremo-ripresa-fase-2-AD9kgCR

[viii]https://www.fmprc.gov.cn/ce/ceit/ita/sbdt/t1809788.htm

[ix]https://www.esteri.it/mae/resource/doc/2020/06/patto_per_lexport_finale.pdf

 

[x]https://stop-ttip-italia.net/2020/04/20/stop-ai-negoziati-commerciali-concentratevi-sulle-vite-delle-persone/

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